1995
Ricordo benissimo che ieri sera, durante il telegiornale, il solito capitano dell’aeronautica, un colonnello di cui non mi ricordo il nome, con solida certezza scientifica, annunciava per oggi una giornata soleggiata ma con poca umidità.
Sarà.
Ma io, in questo interminabile giugno, sento un caldo tremendo qui in ospedale e il camice mi s’incolla alla maglietta sudata.
Per fortuna ancora pochi minuti potrò uscire e finalmente rilassarmi quattro giorni al mare con il mio piccolo giovanotto Niccolò, ormai giunto alla soglia dei sei anni. Non vedo l’ora di giocare con lui sulla spiaggia sabbiosa di Marina di Campo, dove l’ho portato con la madre una settimana fa.
Grande esperto di movimentazione di terra, scava delle buche profondissime, per poi riempirle con l’acqua di mare, armato di secchiello e paletta, come fanno tutti i cuccioli della sua età, nell’interminabile tentativo, peraltro vano, di crearsi una personalissima, accogliente piscina di acqua calda.
Il 15 novembre compirà già sei anni, anche se a me sembra ieri di essermi ritrovato con lui tra le braccia che respirava per la prima volta!
Si tratta di una di quelle emozioni che non spariscono mai più dalla mente.
Ricordo perfettamente quella sala parto dell’ospedale Evangelico anche a distanza di anni: oggetti, persone, odori e tutto il carico di tensione che un evento come la nascita di un bambino porta con sé.
L’infermiera, che ben conosceva la mia professione, mi guardava e m’incoraggiava nel ruolo, a me poco familiare, di assistente anziché di chirurgo. Poi mi disse.
«Dottore, meglio lavorare in Maternità che dove lavora Lei, vero?»
La osservai pensieroso, non seppi cosa dire esattamente data l’ovvietà della domanda: nessuno preferisce fare l’oncologo rispetto al ginecologo ma qualcosa le dovevo pur rispondere e mi uscì semplicemente un «No!»
Questa mi guardò delusa ma, capendo il momento, mi lasciò stare con il mio Niccolò tra le braccia.
Mai stati dubbi sul nome: «Se avrò un figlio, lo chiamerò Niccolò» ho sempre ripetuto nei vari discorsi che si fanno in compagnia di amici. Era una mia certezza, condivisa dalla madre o almeno mi sembra di ricordare.
Niccolò: un’idea fissa.
Ben altra idea mi ero fatto sul mio futuro perché al liceo m’innamorai perdutamente delle materie umanistiche e delle arti in genere: letteratura, cinema e pittura erano le mie grandi passioni. In verità ci sarebbe stato anche il rock ma, non sapendo riconoscere un do da un re, l’ho sempre vissuto da ascoltatore e non certo da esecutore.
Invece i miei genitori non ne vollero sapere: «Se vuoi andare all’Università, devi scegliere tra Ingegneria, Giurisprudenza o Medicina. Punto.»
Fu così che scelsi di occuparmi delle persone dal di dentro anziché dal di fuori.
La specializzazione arrivò dall’incontro con il Professor Ferrari, un vero maestro, che mi fece innamorare delle sue ricerche.
Ma restiamo a quel 15 novembre 1989; era un periodo che segnò fortemente la storia dell’Europa con la caduta del muro di Berlino avvenuta sei giorni prima e che aveva trasmesso a tutti una forte aspettativa di crescita e di rafforzamento democratico di questo “vecchio continente”.
E con lo stato d’animo di chi guarda con fiducia il futuro, volsi lo sguardo al mio bambino, lo ammirai fiero e felice, sperando per lui un mondo migliore.
Mentre viaggiavo con la mente, qualcosa suona distraendomi dai miei ricordi e, ritornato al momento presente, come dice la mia istruttrice di yoga, guardo l’orologio accorgendomi che, oltre ai miei pensieri, erano trascorsi anche i minuti. Mi diedi una sistemata e mi accinsi a fare un ultimissimo giro dei pazienti operati al mattino per constatare le loro condizioni.
Fortunatamente tutto era andato per il meglio e il decorso era regolare. Anche per il signor Ferretti che avevamo dovuto operare con urgenza.
Presi l’ascensore, arrivai alla macchina piuttosto velocemente e decisi di andare a casa per farmi una doccia veloce, cambiarmi e finalmente partire per l’Elba.
Il viaggio non era brevissimo dovendo prendere anche il traghetto e ci avrei impiegato non meno di quattro ore.
Il caldo si faceva sentire anche perché erano le due del pomeriggio di un, nonostante le rassicurazioni del previsore, afoso 28 giugno del 1995.
Non c’era molto traffico in autostrada e così mi fermai a un autogrill per bere un caffè ristoratore.
Credo che raramente sia uscito da quelle trappole senza comprare un regalo per Niccolò e neppure quella volta mi volli smentire: un super badile per il mio scavatore, quello che mancava, enorme!
Arrivato a Piombino, verifico che il traghetto sia pronto e puntuale come il destino. Mi metto in coda con altri turisti festosi per l’inizio delle tanto attese vacanze: euforici, ipercinetici, gioiosi, sembrano essere usciti da una gabbia.
Ho parcheggiato l’auto seguendo scrupolosamente le indicazioni del personale di bordo, ho preso telefono e borsellino e sono salito al piano del ponte nella zona di poppa per godermi il paesaggio.
L’attraversata è molto piacevole e in mare aperto l’afa non si avverte.
Tra un’ora e mezza sarò sull’Elba e da lì in poco tempo arriverò alla spiaggia.
Pensai di non avvisare per fare una sorpresa al mio piccolo nascondendo il regalo dietro la schiena per metterlo poi di colpo davanti ai suoi occhi increduli.
Già che ho un po’ di tempo cominciai a pensare a una delle storie di mia fantasia che Niccolò, prima di addormentarsi, vuole che gli racconti.
Tutte le sere, con l’ingenuità dei suoi cinque anni e mezzo, mi guarda rapito e affascinato; ascolta le mie rocambolesche avventure di pirati, di cavalieri ma anche di persone comuni, con un’attenzione che mi incute un certo timore.
Perché il problema è che lui ricorda esattamente ogni dettaglio della storia e se io cambio qualcosa, rispetto alla sera prima, preda della stanchezza della giornata, lui rimane turbato e mi richiama severo: «No papà, il fratello non l’aveva più incontrato. Non ricordi?»
No. Non ricordo assolutamente, soprattutto quando si fa tardi e devo interrompere il racconto, tra l’altro inventato sul momento, per riprenderlo la sera dopo. Non vi nascondo che spesso prendo appunti.
Imbastita una trama, più o meno credibile, iniziamo le manovre di attracco alla banchina: siamo arrivati a Portoferraio.
Salgo in macchina e mi avvio verso Marina di Campo, che raggiungo velocemente.
Trovo parcheggio proprio sotto il residence che abbiamo affittato per due settimane e mi avvio verso la spiaggia: bermuda, scarpe da ginnastica, la mia amatissima Lacoste bianca e i miei inseparabili occhiali, anche perché senza vedo poco.
Scorgo il muretto che separa il marciapiede dalla spiaggia e decido che la cosa ideale, per identificare dove si erano posizionati Niccolò e la mamma, fosse salirci sopra.
Detto fatto, mi ritrovo in una posizione dominante, abbastanza dominante, che però mi consente di controllare bene tutto lo spiaggione di Marina.
Li vedo quasi subito e decido di stare qualche istante a guardare da lontano il mio scavatore molto impegnato probabilmente a raggiungere il centro della terra!
Pochi metri davanti a loro una bambina in acqua, tra i dieci e i dodici anni, sguazza serena nei metri iniziali dove ancora si tocca in sicurezza.
Ma un istante dopo non la vedo più; poi affiora una mano dal pelo dell’acqua per poi scomparire di nuovo.
Sono frazioni di secondi, millesimi di puro panico.
Non riaffiora.
Sta affogando.
Salto giù dal muretto e inizio a correre come un matto verso il punto in cui la bambina è scomparsa e mi butto in mare.
Sono vestito, con le scarpe, con gli occhiali indossati, ma, per fortuna, nuoto bene e la cerco: deve essere qui poco lontano. La vedo, come si vede sott’acqua, opaco, come attraverso un velo. Per fortuna c’è ancora luce, il mare è poco profondo e, per fortuna, limpido: intuisco la sagoma, allungo le braccia, riesco a prenderla per un piede e a tirarla verso di me, mi metto a sbattere i piedi più forte che posso e a cercare di recuperare la battigia non lontana.
Sento il fondale, tiro fuori la testa, respiro forte e ho ancora il piede stretto forte nella mia mano e la trascino a riva.
Si avvicina molta gente e la soccorre: sembra cianotica, bisogna fare presto ma per fortuna c’è un altro dottore che interviene mettendola su un fianco.
La ragazza vomita quasi subito l’acqua ingerita e riprende conoscenza iniziando a tossire.
Fortunatamente in tutto questo casino i miei occhiali restano al loro posto e, seppur bagnanti e sporchi, mi consentono di vedere cosa succede.
La ragazza è molto esile, alta con dei capelli a caschetto e due gambe molto lunghe e magre.
Sono zuppo, un po’ frastornato, ma non più preoccupato per la bimba che ora sta bene e si alza da terra.
Nel frattempo, vedo il mio cucciolo che mi chiede: «Papi ma cosa è successo?»
Cerco di rassicurarlo.
«Ciao amore. Stavo guardando dal muretto, dove eri con la mamma, quando ho capito che questa bimba stava affogando anche se vicino alla riva e così mi sono messo a correre per salvarla.»
Nel dire così, mi viene giusto in mente di controllare in mezzo a quella che ormai era diventata una folla di persone, la famiglia dove fosse.
Mi faccio largo chiedendo permesso, ma non li vedo. Spariti, sia loro sia la bimba.
Si avvicina un vigile urbano.
«Buongiorno. Come sta? Ha bisogno di aiuto?» mi dice gentilmente vedendomi in quelle condizioni.
«No grazie, adesso vado a cambiarmi. Ma scusi ha visto dove sono andati quei signori con la bimba?»
«Sono andati via di corsa appena mi hanno intravisto. Dicevano che la portavano da un dottore per un controllo. Le hanno detto almeno grazie?»
«No, ma non importa… volevo solo sapere come stava la bimba.»
«Sa com’è, in questi casi, non è la prima volta che mi succede, se la danno a gambe per paura di conseguenze, magari per non aver vigilato sulla minore. Sia fiero per quello che ha fatto, ma non si aspetti medaglie.»
«Sono un medico, non sono abituato alle medaglie, ne farò a meno anche questa volta. Grazie e saluti.»
La giornata al mare finì in quel momento e con Niccolò per mano mi avviai verso casa per cambiarmi.
Al momento di andare a letto naturalmente la storia prescelta fu il salvataggio di papi, ma questa volta la fantasia non servì: mi bastò raccontare l’accaduto.
Il giorno dopo ci siamo alzati per andare alla spiaggia, non vi nascondo, con la speranza di rivedere la bimba ma di lei, e della famiglia, nessuna traccia.
Chiedo in giro.
«Scusi ha mica visto quella famiglia di quattro persone che ieri eri qui, si ricorda quella bimba…»
«Non li ho ancora visti. Non saprei» mi risponde gentilmente una signora. Poi aggiunge.
«Sono di Torino. Il figlio piccolo ha quattro anni, lo so perché giocava con mio figlio e abbiamo fatto due chiacchiere con la madre ma di più non so.»
«Grazie lo stesso.»
2015
Sono seduto in casa sul mio divano e leggo una notizia che mi risveglia un ricordo sopito per vent’anni: la bambina dell’Elba.
Un tale ritrova, grazie a un famoso social, un fratello che aveva perso di vista per una serie di rocambolesche situazioni.
Già, i social. Quando diventai padre per la prima volta, nel 1989, non c’erano. Non c’erano gli smartphone che in un istante ti collegano con tutto il mondo e ti consentono di fare foto e filmati.
Nel frattempo, dopo un divorzio travagliato, è nato anche Francesco, nel 2004, avuto con la mia seconda moglie che mi ha scaraventato dopo quindici anni dalla nascita di Niccolò, nello stesso vortice di profonde emozioni, catapultandomi nello stesso palcoscenico della vita sperimentato quindici anni prima: aspettare quel primo respiro, l’inizio di tutto. Credo che potremmo assistere a centomila nascite e proveremmo la stessa fantastica, sconvolgente emozione e, nello stesso tempo, turbamento.
Ma mettiamo da parte le emozioni e ritorniamo al 2015. Se c’è un elemento che distanzia in modo netto i miei due figli, quello è il salto tecnologico che esiste tra le loro date di nascita che posso facilmente dimostrare con un dato.
La quantità d’immagini di loro due da piccoli è assolutamente imparagonabile:
Niccolò: poche.
Francesco: svariati milioni.
Allora approccio il piccolo con la notizia del giornale chiedendo spiegazioni.
«Francesco ma si riesce a mettere degli annunci per cercare una persona sul cellulare?»
«Certo. Ti fai un profilo Facebook, metti una foto chiedi ai tuoi amici di condividere ed è fatta!»
«Ma a quali amici ti riferisci?»
«Si va be… Ciao pa’… ma dai, sei troppo indietro. Leggiti qualcosa poi ti faccio vedere cosa puoi fare. Io non utilizzo Facebook, perché lo usano quelli della tua età e poi ci vogliono sedici anni, ma una mano te la posso dare.»
E se ne va incredulo scrollando la testa, chiedendosi come possa uno come me sopravvivere in questo secolo.
Però, in effetti, non mi ci volle molto a capire le potenzialità dello strumento e, creato con il supporto di Francesco il famoso profilo, dopo averlo arricchito con un congruo numero di “amici”, realizzai il mio progetto: ritrovare la bimba che avevo salvato.
Pubblicai una foto di Marina di Campo su Facebook con una descrizione dell’evento, la data del salvataggio, l’età presunta della bambina e arricchendolo con ogni dettaglio utile per la ricerca.
Puntualizzai che non ero a caccia di riconoscimenti o premi, ma che volevo esclusivamente sapere se quella bambina stesse bene, magari vederla anche solo in foto; di certo era diventata una donna di circa trent’anni anche grazie a un improvvisato bagnino.
Ritornai sul social dopo un giorno dalla pubblicazione del post (mi hanno insegnato che si dice così) e non riuscii a credere ai miei occhi.
Era stato condiviso da quattordicimila persone, diversi gruppi di torinesi si erano attivati per aiutarmi nella ricerca, un giornale addirittura l’aveva pubblicata sulle sue pagine e una radio ripeteva l’appello più volte il giorno: mi ritrovai al centro di un fenomeno mediatico inaspettato.
Non vi tengo sulle spine e vi dico che, nonostante gli sforzi di migliaia di persone, la bimba, ormai donna, non venne rintracciata: solo due segnalazioni che si rivelarono, ahimè, infondate.
Una signora di Torino mi contattò tramite un giornalista per chiedermi se fossi proprio sicuro del luogo perché era stata protagonista di una storia praticamente identica ma in Liguria, precisamente a Loano e, fatto curioso, proprio nel giugno del 1995.
Non vi dico l’amarezza per il fallimento ma dovetti farmene una ragione: non l’avrei mai più rivista.
2018
Il tempo passa e sono di nuovo single e sempre più assorto nel mio lavoro.
Squilla il telefono e l’infermiera risponde: «Oncologia.»
Inizia ad ascoltare con attenzione il suo interlocutore senza parlare ma a un certo punto si gira verso di me, tappa il microfono e dice: «Dottor Sarti è un collega delle Molinette che le vuole parlare. Cosa gli dico?»
«Passamelo.»
«Buongiorno, sono Nicola Sarti.»
«Buongiorno, se permetti ti do del tu visto che siamo colleghi. Mi chiamo Andrea Gallo, sono del reparto di oncologia delle Molinette. Scusa se ti disturbo ma ho avuto il tuo nome da Ferrari.»
«Come sta il Prof?»
«Bene. Si gode la sua meritata pensione.»
«Sono contento di sapere che sta bene. Un grande uomo cui devo tutto.
«Mi ha parlato di te come di uno dei suoi allievi più preparati e intelligenti.»
«Troppo buono, spero di meritare i suoi complimenti.»
«Se è per questo, ti chiamo proprio per vedere se mi puoi aiutare. Una mia paziente ha un tumore al pancreas e Ferrari mi dice che tu sei uno dei più preparati per questo tipo di patologie. Noi avremmo pensato all’intervento, ma vorrei che dessi un’occhiata alle analisi che le ho fatto fare prima di decidere.»
«Va bene. Mandami tutto alla mia mail del mio ospedale. Ma dimmi che età ha la paziente?»
«Molto giovane, ha trentacinque anni.»
«Ok, a presto.»
Il professor Ferrari si è ricordato di me: quando sente pancreas, automaticamente lui ricorda i miei interventi, ritenuti quasi impossibili, fatti negli ultimi anni e che poi voleva gli raccontassi nei minimi dettagli.
Non passò neanche un quarto d’ora che mi arrivò una notifica del ricevimento di una mail da parte del dottor Gallo.
Aprii subito e iniziai a guardare con attenzione tutti i documenti della paziente: Elisabetta Ferrero nata a Torino il 7 luglio 1983, sposata con un figlio. Questa giovane donna non era stata fortunata a contrarre una malattia così difficile da curare ma, da una prima analisi, mi sembrava molto simile ai due casi che avevo operato con risultati ottimi.
Decisi di chiamare Gallo.
«Gallo ciao, sono Sarti.»
«Ciao, hai notizie buone?»
«Vista la situazione generale penso di poterle considerare buone. Si tratta di un tumore operabile e che in passato ho già affrontato con ottimi risultati. Ritengo ci siano buone possibilità di successo.»
«Ma senti a questo punto la cosa migliore è che io parli con la signora e le proponga di venire lì al San Martino a farsi operare da te. Cosa ne dici?»
«Certamente. Io sono disponibile a vederla in tempi molto brevi, in questi casi non si deve perdere neanche un minuto.»
«Benissimo, allora le parlo e organizzo. Grazie sei stato molto gentile.»
Due giorni dopo questa telefonata la signora venne a Genova accompagnata dal marito.
«Buongiorno signora Ferrero, si accomodi.»
«Buongiorno dottore.»
Era una signora molto bella, magra, intorno al metro e settantacinque, occhi azzurri, un viso molto fine ma visibilmente, e giustificatamente, preoccupato.
Il marito, molto gentile e affettuoso con la moglie, appariva giovane nonostante la calvizie.
«Signora, come le avrà detto il dottor Gallo, nel suo caso è consigliabile l’intervento di asportazione e un successivo trattamento specifico. La probabilità di recupero è buona. Cosa ne pensa lei, se la sente di affrontare questo percorso? Ne vuole parlare con suo marito?»
«Non so cosa risponderle, sono nelle sue mani. Il dottor Gallo mi ha consigliato di venire da lei a Genova perché ha molta esperienza di questo tipo di tumore. Ho un bambino di cinque anni e vorrei vederlo crescere ancora un po’ e…»
Non riuscì a finire la frase perché il pianto, le impedì di andare avanti ma era chiaro cosa avrebbe voluto dire se fosse riuscita a proseguire con il suo discorso.
«La capisco signora. Non pianga e si faccia coraggio: abbiamo bisogno di tutta la sua determinazione e della sua forza per vincere questa battaglia, perché noi la vinceremo. Stia tranquilla quest’ospedale è un’eccellenza. Faremo tutto il possibile e anche di più.»
«Sa una cosa dottore, appena l’ho vista mi sono sentita bene, mi ha ispirato fiducia, ho avuto come l’impressione di conoscerla, da sempre.»
«Bene, se ha questo tipo di percezione nei miei confronti è positivo, la sua fiducia aiuterà la guarigione. Allora ci vediamo lunedì prossimo, la ricoveriamo e martedì la opero.»
«Grazie dottore e a presto.»
Salutai la coppia e li accompagnai all’ascensore.
Quella donna, quel viso, mi lasciarono una sensazione strana su cui cercavo di ricostruire qualcosa, un’immagine ma un urlo della capo sala mi riportò alla cruda realtà.
Passano alcuni giorni e mentre effettuo il mio solito giro dei miei pazienti…
«Signor Selmi, oggi esce. È contento?»
«Sì dottore, molto. Grazie a lei ora sto bene»
«Bene sono contento. Passi a salutarmi prima di uscire!»
«Senz’altro, ci può scommettere.»
Mi squilla il cellulare.
«Sì?»
«Dottore abbiamo ricoverato la signora Ferrero in reparto, stanza 6. Ha chiesto di lei.»
«Ah, giusto, domani la devo operare. Passo a salutarla.»
Entro nella camera e la vedo nel letto con il marito accanto che le sistema le sue cose personali nell’armadietto.
«Buongiorno.»
«Buongiorno dottore, che piacere vederla,» il momento non è dei migliori. «Si sistemi con tranquillità, passo dopo.»
Lasciai la signora con il marito e andai fuori dalla camera velocemente, ma nel pomeriggio mi ero ripromesso di passare a salutarla con più calma.
Dopo un paio d’ore ritornai da lei.
«La disturbo?»
«Ma cosa dice dottore, lei è sempre il benvenuto.»
«Suo marito è andato via?»
«Sì è dovuto rientrare a Torino per urgenze sul lavoro, anche se non è il motivo vero.»
«Cosa intende dire?»
«Ha un’amante da sei mesi circa ma non è un problema: la nostra storia era finita da tempo.»
«Mi dispiace.»
«Sono cose che succedono. Poi è anche andato per dare un’occhiata al piccolo. È dai nonni ma i miei è sempre meglio passare a controllarli: non sono più dei giovincelli e poi non sono mai stati molto attenti.»
«In che senso lo dice?»
«Ho un fratello più piccolo di me di quattro anni e pensi che un giorno mia madre lo ha trovato con il fucile da caccia di mio padre che aveva lasciato incustodito sul tavolo.»
«Le sarà venuto un colpo alla sua povera madre!»
«E pensi che era pure carico!»
«Oh mamma!»
«Ma non è finita. Un’altra volta stavano per bruciare la casa dopo essersi dimenticati la pentola sul fuoco; poi hanno raccolto dei funghi velenosi che ci hanno fatto finire tutti all’ospedale. A me è andata anche peggio. A dodici anni stavo per morire affogata praticamente a riva perché erano così intenti a leggere un giornale che non si accorsero che avevo superato il limite della battigia. Se non fosse stato per un uomo, venuto in mio soccorso, non sarei arrivata neppure qui, anche se malconcia.»
«Ma non dica così, vedrà che si rimetterà presto.»
La signora nel parlare mi aveva preso la mano per un gesto che interpretai di affetto e di fiducia nei miei confronti.
Diedi una serie di piccole pacche con la mano libera al dorso della sua e mi alzai.
«Adesso devo proprio andare, ci vediamo domani. Dorma stanotte, magari le faccio dare qualche goccia per aiutarla a riposare meglio.»
Ritornai nel mio studio e ripensai alle disavventure della povera famiglia Ferrero.
Povera Elisabetta era davvero poco fiduciosa delle capacità di controllo dei genitori ma, avendo rischiato la vita per una loro disattenzione, forse tutti i torti non li aveva.
Rischiare la vita in pochi metri d’acqua… da bambina… pazzesco. Ha detto che ha un fratello più piccolo… è di Torino. Ha trentacinque anni… eh strano… nel ’95 ne avrà avuti dodici… no, non è possibile, non può essere…
Ritorno da lei.
«Elisabetta?»
«Mi dica dottore?»
«Mi ha incuriosito questa faccenda dei suoi genitori un po’ distratti… ma lei si ricorda quando rischiò di affogare dove era?»
«Sì certamente. Vuole verificare se il mio cervello è ancora lucido? Una sorta di test pre-operatorio?»
«No, niente di tutto questo… curiosità.»
«Per me è facile ricordare perché ci siamo andati diversi anni in quel posto, fino all’episodio che le ho raccontato, poi i miei non hanno più voluto neanche vederlo in cartolina. Eravamo all’isola d’Elba, a Marina di Campo.»
Rimango impietrito.
«Perché fa quella faccia? Conosce quel posto?»
Non poteva essere lei.
Dopo ventitré anni, avevo la mia bambina davanti e di nuovo la sua vita era nelle mie mani.
La vita non poteva avermi fatto uno scherzo simile.
Mi gioco l’ultima carta.
«Ci sono stato tanti anni fa ma niente di più. Sarei curioso di vederla a quei tempi, chissà com’era diversa.»
«Una ragazzina alta e magra: non mi piacevo molto. Ma se vuole, ho una foto che mio fratello ha trovato in un armadio e ha poi catturato con il telefono. Non si vede molto ma da un’idea del personaggio…»
Cerca tra le foto del cellulare e si ferma su una ingrandendola.
«Ecco sono qui il giorno prima del fattaccio. Ho pensato tante volte a quell’uomo che mi aveva salvato; avrei voluto dirgli almeno grazie ma non lo vidi più.»
Non ebbi dubbi.
Era lei.
Pensai alla serie di circostanze che l’avevano portata proprio da me, non ultima il fatto di ammalarsi proprio di quel particolare tumore di cui sono uno specialista.
Non le dissi nulla, sorrisi e ritornai nel mio studio e da lì a casa.
La sera ero frastornato. Avevo cercato inutilmente la bambina salvata da me in mare e alla fine era lei che mi aveva trovato.
Cercai di non pensarci e andai a riposare.
La vita mi aveva messo di fronte a una sfida impensabile: il giorno dopo avrei dovuto, per la seconda volta, provare a salvare la vita a Elisabetta.
L’operazione fu più complicata del previsto ma riuscì, l’incerta bagnante torinese si riprese in tempi sorprendentemente brevi, e io non le feci mancare il mio supporto, neanche un solo giorno.
2020
Sono stanco, la giornata è stata molto faticosa tra mille difficoltà da risolvere, tanti malati da curare e una nuova battaglia con un nemico sconosciuto: un virus che si sta diffondendo in tutto il mondo.
Sono un oncologo ma in questa sfida sto dando una mano ai colleghi stremati da questa maledetta infezione.
Sto andando a casa, ripenso a tutto quello che ho fatto, a questa professione che mi è entrata nelle ossa, poco a poco, finendo per impossessarsi di me, del mio corpo, della mia vita.
Non è facile vivere con un medico, non è facile vederlo con la testa spesso da un’altra parte, sempre concentrato sul suo lavoro, attaccato a quel maledetto telefono.
Non è facile.
Infatti, mia moglie a un certo punto non ce l’ha più fatta ma per fortuna non sono solo, dietro quello porta c’è tanto amore, tanto.
Apro e sento la sua voce…
«Nicola sei tu?»
«Sì, sono io.»
«Ma sei il mio bagnino preferito o il mio chirurgo adorato?»
«Elisabetta, ci siamo entrambi.»
Non sono solo.
Elisabetta c’è.
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Nota dell’autore
Come in tutti i miei scritti, romanzi o racconti non importa, realtà e fantasia si mescolano in continuazione.
Il salvataggio della bambina è veramente accaduto il 28 giugno ma nel 1991 e proprio io sono stato il protagonista della vicenda.
Ho cercato ovunque la bambina anche utilizzando i social ma senza riuscirvi.
Non sono medico, ma ho grande rispetto per una professione che in questi tempi si è dimostrata essere una vera vocazione fino a giungere all’estremo gesto di mettere in gioco la propria vita per salvare i malati e talvolta di perderla.
A loro, a tutto il personale sanitario, a tutti quelli che stanno combattendo questa battaglia, è dedicato questo racconto per ricordarci la grandezza di queste persone.
(Racconto di Luciano Ricci)
Per chi fosse interessato ai libri di Luciano Ricci:
L’anomalia del panda: Diario di un Prof per un anno,
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