Sono nata negli anni Ottanta e, guardandomi indietro, penso di aver avuto una grande fortuna: quella di crescere in un periodo in cui era ancora possibile conoscere da vicino le tradizioni, i gesti e i saperi che oggi rischiano di andare perduti.
Abbiamo potuto vedere preparare la pasta a mano, raccogliere i prodotti dalla terra, conoscere il valore del lavoro e capire che dietro a quello che arriva sulla tavola, c’è molto di più di quello che vediamo nel piatto.
Oggi sento che tutto questo non dovrebbe andare perso.

Ho avuto la fortuna di avere dei nonni che mi hanno trasmesso tanto, ognuno a modo suo, e di essere cresciuta in una famiglia in cui il cibo non era soltanto qualcosa da mangiare, ma faceva parte della vita.
Nel ristorante dei miei genitori ho imparato a conoscere la cucina anche dall’altra parte: quella del lavoro, della preparazione, dell’organizzazione e della trasformazione degli ingredienti in piatti da portare in tavola.
Molto di quello che ho imparato è iniziato ancora prima, grazie ai miei nonni materni; attraverso di loro ho imparato a guardare gli ingredienti in modo diverso.
Un pomodoro non era semplicemente un pomodoro; dietro c’era lavoro, pazienza, dedizione e attesa. E c’era anche la consapevolezza che nella vita, nonostante tutto l’impegno, non sempre si potevano ottenere i risultati sperati.
Una grandinata poteva rovinare un raccolto. Un’annata poteva non essere generosa con gli ulivi e non permettere di raccogliere abbastanza olive per fare l’olio.
I miei nonni mi hanno insegnato cos’è il rispetto per la terra e per il lavoro, ma anche il valore del sacrificio e della pazienza.
E poi c’era la cucina.
Perché raccogliere un ingrediente è solo l’inizio. C’è un altro passaggio che per me è sempre stato fondamentale: imparare a valorizzare l’ingrediente attraverso la cucina.
Trasformare quello che la terra offre in qualcosa di buono, senza sprecarlo e senza dimenticare tutto il lavoro che c’è stato in precedenza.
E poi c’era mia nonna paterna. È venuta a mancare a quasi 99 anni, e anche da lei ho ricevuto un patrimonio che oggi considero prezioso.
Fino a un paio di mesi prima della sua scomparsa, faceva ancora la pasta a mano in casa. Gesti semplici che forse un tempo erano la normalità, ma che oggi rischiano di diventare sempre più rari.
Da lei ho appreso che certe ricette non si imparano soltanto leggendo un procedimento. Si imparano osservando, mettendo le mani in pasta, ripetendo quei gesti e trascorrendo del tempo accanto a chi li conosce.
I nonni sono un patrimonio, fatto di ricordi, ma soprattutto di conoscenze, tradizioni e valori.
Ed è anche uno dei motivi per cui ho deciso di raccontare le mie ricette, i miei ricordi e le tradizioni della mia famiglia.
Perché una ricetta può essere tramandata attraverso un libro, un blog o una fotografia, ma dietro quella preparazione ci sono persone che meritano di essere ricordate. Ed è proprio questo che voglio fare con il mio blog: custodire una piccola parte di quel patrimonio e continuare a condividerlo, perché le tradizioni della mia famiglia non vadano perse.
Perché il cibo non è soltanto ciò che portiamo in tavola. È la terra da cui nasce, il lavoro di chi la coltiva, le mani di chi lo prepara, le persone che ce lo hanno insegnato e i ricordi che continuiamo a portare con noi.
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