Le graffe napoletane rappresentano uno dei pilastri della pasticceria campana, nate dall’incontro tra la dominazione austriaca e l’inventiva popolare locale.
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Storicamente derivano dal Krapfen tedesco, giunto a Napoli nel XVIII secolo durante il periodo austro-ungarico; tuttavia, la versione partenopea ha subito una trasformazione fondamentale con l’introduzione delle patate lesse nell’impasto, un’aggiunta povera che ne ha amplificato la sofficità fino a renderle uniche.
Originariamente preparate per celebrare il Carnevale, queste ciambelle fritte sono oggi reperibili quotidianamente in ogni bar e pasticceria della città.
La ricetta tradizionale si distingue per un equilibrio di ingredienti semplici ma tecnici: un mix di farine (spesso rinforzate), uova, zucchero e, soprattutto, lo strutto (o sugna), che conferisce la tipica fragranza e friabilità.
L’impasto è aromatizzato con scorza di limone e lievitato lentamente con lievito di birra, prima di essere tuffato in olio bollente e rifinito con una generosa copertura di zucchero semolato.
La mia è la variante con lievito istantaneo, che risponde all’esigenza moderna di rapidità senza rinunciare al gusto.
In questa versione, la reazione chimica immediata del lievito sostituisce l’attesa biologica, permettendo di ottenere ciambelle soffici e fragranti in pochi minuti.
Le Graffe Siciliane
Le Graffe Siciliane sono molto comuni a Palermo, si mangiano spesso a colazione.
La differenza con quelle napoletane? Sono spesso senza patate e hanno un impasto più simile a una brioche fritta molto elastica.
Inoltre, in Sicilia spesso si trova la versione “con la crema” all’interno, mentre la graffa napoletana doc è vuota e a forma di ciambella.