Questo mondo non mi appartiene. Cerco parole nel silenzio. Parole e pensieri. Nel cammino silenzioso, si formano domande a cui cerco di dare risposte.
Oltre la cucina, le erbe nel cammino in solitaria rifletto sulla mia, nostra vita.
Scrivo per non perdere le righe
per poter rileggere e trovare un giorno qualche risposta.
Non mi appartiene questo mondo, né le idee che lo muovono.
Questo dover cercare un colpevole,questo misurare le parole per non farsi rincorrere dall’odio.
Eravamo nati in una terra libera.
Poi è apparso il seminatore di perdute speranze.
Hanno cominciato a togliere la luce a scagliare pietre.
Hanno cominciato a dividere.
Non sono fatta per questo fango dove il suolo produce indifferenza.
Perché è stato gettato il seme che separa.
Per raccogliere anime sterili.
Creature senza ali e senza un domani.
Un pensiero senza illusioni: la bellezza della natura contro l’indifferenza.
In un’epoca dominata dalla fretta, questo testo introduce una riflessione sulla vita moderna e sul valore del vivere lento in contrapposizione del caos sociale.
Tra il dolore di un mondo che si divide e la quiete della terra esiste uno spazio sospeso. È la soglia in cui si sceglie di non farsi abitare dal fango.


Voltare le spalle alla vanità e al giudizio non significa chiudere gli occhi, ma decidere dove posare lo sguardo.
Se gli uomini hanno smarrito la capacità di comunicare la bellezza, la natura non ha mai smesso di farlo.
Basta saperla ascoltare, al di là dell’angolo
La sera tra i sentieri, ascolto il silenzio; penso alle parole, a chi non vuole ascoltare, ma solo urlare.
Sono a contatto con il pubblico, il mio lavoro trova: indifferenza, indisposizione, sopraffazione e velata simpatia.
Ogni giorno assisto alle teatranti immagini dell’ uomo odierno, uomo inteso come essere umano.
Lontano dal voler capire, dal volersi confrontare, ma solo urlare la propria vanità.
Scegliere la direzione giusta: ritrovare il centro nella cura della terra.
Dicono sia solitudine, o distanza, questo mio vivere in simbiosi con il passo lento.



Ma non è assenza di sapere è fame di verità.
Fuori il mondo rincorre la sua vanità, illude, divide e divora l’anima a piccoli pezzi.
Qui, tra le ore lunghe del dovere, il lavoro che riempie i giorni di nuovo sapere, di nuove sopravvivenze, dietro i ritmi quotidiani del tempo e delle persone, che oltre a non voler seminare voce, girano armati di parole oscure;
nel ritorno alla terra, io trovo il mio centro.
Do da mangiare alle asine, bagno l’orto che aspetta, raccolgo prugne per la mostarda e verdure per la tavola.
Gesti antichi, che non sanno mentire.
Questo mondo non mi appartiene. Cerco parole nel silenzio
Lascio che gli altri parlino a ridosso degli angoli. Preferisco camminare dove i sentieri non giudicano, fotografare la luce che cade e ascoltare gli alberi.
Perché anche loro parlano e hanno un linguaggio segreto, custodi di una bellezza che questo mondo ha dimenticato.
Il linguaggio segreto degli alberi e il risveglio dell’essere umano.
L’uomo forse non è mai stato davvero uomo, ma semplicemente un complemento di riserva.
Tanto ha creato, quanto ha distrutto.
Si è messo al centro senza porsi una semplice domanda:
Cosa mi illude in una vita eterna questo accumulare ricchezza e potere?
Dove arriveranno le mie forze, se tutto intorno a me si spegne?
Chi sono io, oltre l’universo che mi ha dato vita e futuro, e che continuo a distruggere nella mia eterna lotta a primeggiare?
Ritrovare il senso di ciò che siamo, fermare la corsa prima che il fuoco si spenga: è questo l’unico modo per custodire il nostro essere umani.
