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Ciambelline alla birra


Eccoci arrivati al quarto appuntamento (fra un po’ perderò il conto) in collaborazione con Lucia di unapennaspuntata.com. Questa sarà una puntata particolare, perché non vi parleremo di un santo ma della birra. Sì, avete capito bene. Ora vi starete chiedendo cosa c’entra la birra con la Chiesa. C’entra, c’entra. E c’entra anche con il Medioevo (tanto per cambiare). L’idea è venuta a Lucia, perché questo è il periodo dell’Oktoberfest e, dato che la manifestazione è stata annullata a causa del coronavirus, abbiamo pensato di fare una sorta di festa della birra virtuale.
La birra è tra le più antiche e diffuse bevande alcoliche del mondo. Se ne parla anche nella Bibbia, anche se non viene usato esplicitamente il termine “birra” ma si parla di una generica “bevanda inebriante”.
La birra prodotta prima della rivoluzione industriale era principalmente fatta e venduta su scala domestica, nonostante già dal VII secolo d.C. venisse prodotta e messa in vendita da monasteri europei.
Nel Medioevo, oltre al vino, si producevano, soprattutto nell’Europa centro-settentrionale, altre bevande fermentate, come la birra con i cereali. La birra in questo periodo si diffuse soprattutto nelle regioni del Nord Europa, in cui il vino si produceva a fatica a causa del clima, e si affermò come bevanda popolare, al contrario del vino che diventò una bevanda di prestigio. La birra venne così avvertita come sostitutiva del vino, al quale si attribuiva un valore più alto. La birra, al contrario del vino, che poteva essere considerato un prodotto universale, aveva un carattere locale e, potremmo dire, provinciale. Nei monasteri veniva usata principalmente per compensare la mancanza di vino, tanto che nelle comunità benedettine si affermò la consuetudine di sostituire con una doppia misura di birra l’eventuale carenza di vino.
Il Medioevo, quindi, vide la birra protagonista soprattutto per merito dei monasteri, che operarono un decisivo salto di qualità nella produzione della bevanda, introducendo anche alcuni nuovi ingredienti, tra i quali il luppolo. Prima della sua diffusione, infatti, le birre venivano aromatizzate con erbe, spezie, bacche e cortecce d’albero. Il luppolo come ingrediente della birra fu menzionato per la prima volta solo nell’822 da un abate carolingio e di nuovo nel 1067 indovinate da chi? Da Santa Ildegarda, della quale vi abbiamo parlato QUI, nella scorsa puntata. Anche le suore avevano tra i loro compiti manuali quello di produrre la birra, che in parte destinavano al consumo dei malati e dei pellegrini. In Gran Bretagna la birra era tipicamente prodotta dalle massaie e messa a disposizione delle feste parrocchiali, dove veniva venduta a scopo di beneficenza per la manutenzione di chiese e conventi. La più antica “birreria” monastica è quella dell’abbazia di Weihenstephan, nei pressi di Monaco di Baviera, costruita nel 724.
A parte la produzione su vasta scala nei monasteri, la gente beveva solitamente birra fatta in casa, soprattutto dalle donne. Infatti, per secoli fare la birra fu una tipica attività domestica e femminile, tanto che nella Germania settentrionale, fino al XVI secolo, gli utensili per fare la birra facevano parte del corredo delle spose. Nel Meclemburgo, sempre in Germania, almeno fino al XIX secolo, una preghiera recitata dalle spose novelle diceva: “Oh nostro Signore, quando faccio l’infuso proteggi la birra, quando impasto proteggi il pane”.
Nel Medioevo era diffusa la Braggot, una birra speziata che veniva servita calda per riscaldare le gelide sere invernali. E’ di origine inglese e viene citata anche ne “I racconti di Canterbuy”. Questa birra oggi sta tornando di moda, non soltanto come rimedio antinfluenzale ma come bevanda da consumare nei pub e da vendere in bottiglia.
La birra, come successe con il vino, entrò come componente nella cottura di numerosi piatti, quali ad esempio lo Steck and Ale Pie inglese, il Bauernschmaus tedesco, la Carbonade flamande fiamminga, i wurstel con crauti tedeschi. Inoltre, la birra bock è un ingrediente base nella versione tedesca del gulash. La birra viene impiegata anche per fare la gelatina di birra, una sorta di confettura che viene usata per farcire biscotti o per accompagnare prodotti da forno, salumi, crackers, carni e verdure. Io l’anno scorso usai la birra per fare delle gustose patate al forno (trovate QUI la ricetta).
Ho scoperto che esiste anche un patrono dei birrai: Sant’Arnolfo di Metz, conosciuto anche con i nomi di Arnoldo o di Arnoul, che avrebbe moltiplicato la birra contenuta in un boccale, in modo da dissetare cinquemila fedeli che stavano partecipando alla processione per la traslazione della salma del santo.

Questa è stata la puntata più sofferta, almeno per la sottoscritta, perché la ricetta che avevamo intenzione di fare, propostami da Lucia, non mi è venuta proprio come avrebbe dovuto. Meno male che avevo il piano B (e anche il piano C). Alla fine, mi sono fermata al piano B ma ho rischiato di passare al piano C, perché anche col piano B ho avuto qualche problemino ma, in qualche modo, ho trovato una soluzione (problem solving spicciame casa).
La ricetta che inizialmente avevamo intenzione di fare erano i bretzel, che prevedevano un ingrediente ESPLOSIVO: le pasticche di NaOH (idrossido di sodio). La ricetta diceva di acquistarle in farmacia, quindi credo sia una roba da piccolo chimico… Dicono che questo ingrediente sia l’unico in grado di dare ai bretzel il loro sapore tipico ma io ho seguito una ricetta che lo sostituiva con il bicarbonato. Comunque, io il problema l’ho avuto a monte, prima della bollitura in acqua e bicarbonato, dato che l’impasto era venuto troppo molle. Alla fine, il sapore era buono ma più che dei bretzel sembravano delle ciambelle. Il marito, che li aveva già mangiati (a differenza della sottoscritta, che ha mangiato solo i salatini che si trovano di solito al supermercato nelle confezioni per aperitivi) ha confermato che non somigliavano molto ai bretzel, né come forma né come sapore, dato che erano morbidi, però li ha fatti fuori quasi tutti, quindi almeno una soddisfazione l’ho avuta.  Comunque, siccome io sono capatosta, prima o poi ci riproverò.
Ora che vi ho parlato del piano A finito male, è ora di parlarvi del piano B, che è il vero oggetto della ricetta che vi proponiamo oggi: le ciambelline alla birra. Ho scoperto questi biscotti grazie alla mia amica Monica, che l’ha pubblicata su nonosolobigotte.wordpress.com. La ricetta originale prevedeva che l’impasto venisse arrotolato per creare dei “serpentelli” di 40 cm per poi intrecciarli ma a me si spaccava, così ho fatto dei rotolini più corti e, invece di intrecciarli, ho unito direttamente le estremità creando delle ciambelline lisce. Se avete mai mangiato le ciambelline al vino, tipiche di alcune zone del Centro Italia, quelle alla birra le ricordano molto. Vi avviso che sono buonissime e che non riuscivo a smettere di mangiarle.
Prima di passare alla ricetta, vi lascio il link all’articolo di Lucia, che trovate QUI.

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  • DifficoltàBassa
  • CostoMedio
  • Tempo di preparazione30 Minuti
  • Tempo di cottura30 Minuti
  • Porzioni30 ciambelline circa
  • Metodo di cotturaForno

Ingredienti

  • 500 gfarina 00
  • 250 gfarina di farro
  • 1 bicchiere e 1/2 di zucchero
  • 1 bicchiere e 1/2 di olio di semi
  • 1 bicchiere e 1/2 di birra (io ho usato quella rossa)
  • 1 bustinalievito chimico in polvere (setacciato)

Strumenti

  • 1 Setaccio
  • 1 Ciotola
  • 1 Cucchiaio
  • 1 Spianatoia
  • 1 Piatto
  • 1 Teglia
  • Carta forno

Preparazione

  1. Per preparare le ciambelline alla birra, impastate tutti gli ingredienti in una ciotola. L’impasto deve risultare morbido ma non appiccicoso.

    Poi formate dei “serpentelli” lunghi circa 20 cm e spessi circa 1, dopodiché collegate le due estremità per formare le ciambelline.

    Ora passatele in un piatto pieno di zucchero.

    Infine, sistematele su una teglia ricoperta di carta da forno e fatele cuocere in forno preriscaldato (io ho usato la funzione statica) a 180° per circa 30 minuti, fino a quando diventeranno dorate.

NOTE

Al posto della farina di farro, potete usare un’altra farina integrale.

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