Le seppie in zimino sono una di quelle ricette antiche che mettono d’accordo mare e terra nello stesso piatto. Liguria e Toscana se ne contendono la paternità da secoli, e ancora oggi non c’è un vincitore. Lungo la riviera ligure, da Genova a La Spezia, sono un classico immancabile nelle trattorie e nei ristoranti di pesce, mentre in Toscana le troviamo soprattutto a Livorno e a Firenze, dove un tempo comparivano tra i piatti “di magro” della Quaresima. Nel capoluogo toscano, però, si preferisce una versione con gli spinaci al posto delle bietole.
È un piatto sostanzioso ma dal sapore delicato, da gustare ben caldo con una fetta di pane fresco o appena tostato: proprio quello che ci vuole nelle prime serate fredde d’autunno. Con lo stesso metodo, nelle cucine liguri e toscane, si preparano anche il baccalà e i ceci in zimino, una zuppa invernale che spesso si arricchiva con ritagli di prosciutto o cotiche di maiale. A Firenze, Santa Croce sull’Arno e Pisa si cucinava invece l’anguilla in zimino, un tempo preparata con le anguille che risalivano l’Arno dal mare. Come ricorda Giovanni Righi Parenti nel suo libro sulla cucina toscana, in questa versione non si usano né spinaci né bietole, ma soltanto prezzemolo e pomodoro.
La ricetta che vi presento oggi è la reinterpretazione firmata dal Ristorante Boma Varazze: la seppia viene servita piastrata, accompagnata da una crema di bietole novelle e da una crema di ceci, due ingredienti che richiamano entrambe le anime dello zimino, con un crumble di focaccia che aggiunge croccantezza. Per accompagnarla ho scelto un bianco ligure della loro cantina, il Vermentino “Pinea” della Vecchia Cantina Calleri.
Liguri o toscane? Il mistero del nome “zimino”
Le origini delle seppie in zimino, e dello stesso nome, restano ancora oggi avvolte nel mistero. L’abbinamento del pesce con le bietole, una verdura molto amata nella cucina genovese (basta pensare alla celebre torta pasqualina), fa pensare a un piatto nato in Liguria, magari in casa di qualche pescatore che univa le seppie appena pescate alle verdure dell’orto.
L’etimologia, però, rimescola le carte. Secondo alcuni, l’espressione “in zimino“, che sia in Liguria sia in Toscana indica un cibo cotto con le erbe, deriverebbe dall’arabo samin, un termine spesso tradotto come “salsa densa”. Righi Parenti propone invece un’origine toscana: un tempo da queste parti si insaporivano i piatti con il cimino, cioè il cumino, e una preparazione “in cimino” era profumata con questi semi, sostituiti poi dalle erbe più nostrane dei nostri orti. Secondo la sua ricostruzione, a portare l’uso di questa spezia a Firenze sarebbero stati i Lanzichenecchi, i soldati tedeschi al servizio di Cosimo I de’ Medici nel XVI secolo (gli stessi che hanno dato il nome alla Loggia dei Lanzi). Una piccola precisazione da curiosa: i semi che i tedeschi usavano, e usano ancora, nel pane di segale sono in realtà quelli del carvi, chiamato anche “cumino dei prati”, una pianta parente del cumino vero e proprio.
Anche la Sardegna ha il suo zimino, ma si tratta di una specialità completamente diversa: è un arrosto di frattaglie tipico del Sassarese, cotto sulla graticola e tagliato a piccoli pezzi. Lo zimino bianco si prepara con intestino e animelle, mentre lo zimino rosso con fegato, cuore e diaframma. E si mangia rigorosamente con le mani!
La seppia, un piccolo tesoro dei nostri mari
La seppia è uno dei molluschi più diffusi nei nostri mari e un cefalopode davvero affascinante. La specie che troviamo più spesso sui banchi delle pescherie è la Sepia officinalis, che vive nel Mediterraneo e lungo le coste orientali dell’Atlantico. Il suo corpo, chiamato mantello, misura di solito tra i 15 e i 25 centimetri e solo raramente supera i 30 centimetri nei nostri mari, anche se i record arrivano a sfiorare il mezzo metro.
Il corpo è ovale e appiattito, con otto braccia corte, munite di quattro file di ventose, e due tentacoli più lunghi e retrattili, che hanno le ventose solo all’estremità. Ai lati del capo spiccano due occhi molto sviluppati, mentre la bocca nasconde un becco simile a quello dei pappagalli. All’interno troviamo l’osso di seppia, una conchiglia interna leggera e porosa, e la sacca dell’inchiostro.
In cucina è versatilissima: in umido, ripiena, al forno, alla griglia, fritta, negli spiedini, nelle insalate di mare, nei risotti e nei primi piatti, senza dimenticare il famoso nero di seppia. Le sue carni sono magre, con pochi grassi e un buon contenuto di proteine, mentre il colesterolo è presente in quantità non trascurabile. Contengono anche minerali come selenio, rame, zinco e fosforo e vitamine del gruppo B, in particolare B6 e B12.
Io preferisco sempre le seppie del nostro mare, possibilmente pescate da poco. Una seppia freschissima ha un colore iridescente, non emana odori forti o sgradevoli, ha gli occhi di un nero brillante e la sacca dell’inchiostro con un contenuto ancora liquido.
Curiosità sulle seppie
Forse non tutti sanno che la seppia è considerata, insieme al polpo, uno degli invertebrati più intelligenti del pianeta. Nel 2021 un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge l’ha sottoposta a una versione del celebre “test del marshmallow”: molte seppie hanno saputo rinunciare a un boccone subito disponibile per aspettare il loro cibo preferito, i gamberetti.
Per difendersi, le seppie hanno due armi sofisticate. La prima è l’inchiostro, una sostanza scurissima che spruzzano in caso di pericolo per confondere il nemico e mettersi in salvo. La seconda è ancora più sorprendente: grazie a migliaia di cellule pigmentate chiamate cromatofori, che si allargano e si restringono sotto il controllo del sistema nervoso, riescono a cambiare colore e disegno della pelle in pochi istanti, mimetizzandosi in quasi ogni ambiente. Questi giochi di colore servono anche a comunicare.
E il nome? L’aggettivo officinalis ricorda che un tempo la seppia era usata nella medicina tradizionale: l’osso, tritato finemente, finiva persino nelle polveri per pulire i denti. Dal suo inchiostro deriva invece il colore seppia, la tinta bruna usata per secoli da artisti e disegnatori.
Le bietole, regine dell’orto ligure
La bietola (Beta vulgaris var. cicla) è originaria dell’area mediterranea, dove cresce ancora spontanea, ed era già conosciuta da Greci e Romani. È una parente stretta della barbabietola, coltivata però per le sue grandi foglie verde brillante e per i gambi, chiamati coste, che a seconda della varietà possono essere bianchi, gialli o rossi. Accanto alle bietole da costa, con il gambo largo e carnoso, ci sono quelle da taglio, conosciute come erbette.
Le bietole novelle, raccolte quando sono ancora piccole, hanno foglie tenere e un sapore delicato, perfetto per una crema vellutata. Contengono potassio, magnesio, ferro e calcio, oltre alle vitamine K, A e C. Per preservarle al meglio conviene cuocerle poco e con pochissima acqua, oppure al vapore. In Liguria sono protagoniste di tanti piatti, dalla torta pasqualina al preboggion, il mazzo di erbe di campo che insaporisce ripieni e minestre.
I ceci, un legume antico che parla ligure
L’altro grande protagonista del piatto sono i ceci, tra i primi legumi coltivati dall’uomo, addomesticati circa diecimila anni fa nel Vicino Oriente. Nell’antica Roma erano un cibo popolare e alla portata di tutti: il poeta Orazio cita i venditori di ceci abbrustoliti come simbolo del pubblico più semplice. E fu proprio un cece a dare il nome a Cicerone, il cui soprannome di famiglia derivava dal latino cicer: lui, invece di vergognarsene, promise di renderlo celebre, e ci riuscì benissimo.
Per noi che parliamo di Liguria, poi, i ceci sono di casa: con la loro farina si preparano la farinata, sottile e dorata, e la panissa, che si taglia a bastoncini e si frigge. Dal punto di vista nutrizionale, 100 grammi di ceci secchi contengono circa 20 grammi di proteine, 6 di grassi, 47 di carboidrati e quasi 14 grammi di fibra, insieme a magnesio, fosforo e ferro. Ai legumi le Nazioni Unite hanno dedicato persino una giornata mondiale, il World Pulses Day, che la FAO celebra ogni anno il 10 febbraio.
E per stupire i commensali, ecco una leggenda: si racconta che, per sfuggire al diavolo, bastasse gettare a terra una manciata di ceci, perché il maligno sarebbe stato costretto a fermarsi per contarli uno a uno, dando alla vittima il tempo di scappare. Chissà che il trucco non funzioni anche in cucina, nei momenti più disperati!
Boma Varazze, la cucina dei fratelli Patanè sul porto
Ed eccoci al luogo da cui nasce la nostra ricetta. Il Ristorante Boma Varazze si affaccia sulla Marina di Varazze, in provincia di Savona, con una terrazza fronte mare che d’estate diventa uno dei posti più piacevoli dove fermarsi per pranzo o per cena. È un ristorante di pesce dall’atmosfera calda e familiare, adatto a tante occasioni diverse: una cena romantica, una serata tra amici, un matrimonio, una festa privata, una cena aziendale o un brunch di lavoro.
Dietro le quinte c’è una famiglia, i Patanè, che lavora nella ristorazione da due generazioni. Come raccontano sulla pagina chi siamo del loro sito, oggi il locale è guidato dai fratelli Giovanni e Alessandro, che si dividono i compiti tra sala e cucina. Giovanni Patanè è l’anima della sala: accoglie gli ospiti, segue il personale di servizio, tiene i contatti con la cucina e si assicura che ognuno si senta a casa dall’arrivo fino al congedo. È anche un grande appassionato di sommellerie, che vive come un modo per diffondere la cultura del vino italiano e far conoscere i produttori che lavorano dietro ogni etichetta.
Alessandro Patanè è invece il responsabile della cucina. Crea il menù e le ricette, ne segue la realizzazione insieme allo chef, va alla ricerca di prodotti di qualità del territorio, gestisce gli acquisti e sceglie e forma personalmente la sua brigata. Si definisce un cuoco curioso, umile ma determinato, sempre a caccia di qualcosa di nuovo da scoprire.
Dal 2022 al loro fianco c’è l’Executive Chef Riccardo Frumento. Dopo il diploma alberghiero, Riccardo ha aperto una propria gastronomia con pasta fresca, “Gusti Mediterranei“, che ha guidato per dieci anni. Poi ha deciso di rimettersi in gioco: si è aggiornato con una nuova formazione, ha lavorato all’estero, è stato Chef de Partie per sei anni al ristorante “A Spurcacciunna” e ha fatto esperienza nel mondo degli eventi e delle cerimonie a Villa Lagorio.
Da questa squadra nasce una cucina che unisce tradizione e tecnica contemporanea: sapori autentici, materie prime eccellenti e qualche intuizione creativa, sempre nel segno del territorio ligure. D’estate, il giovedì sera, le cene sono accompagnate dalla musica jazz dal vivo di artisti italiani e internazionali. Alla base c’è un’idea semplice e molto concreta: gentilezza, garbo e professionalità, perché per i Patanè la prova che un ristorante lavora bene è vedere i clienti tornare.
La cantina di Boma, un giro d’Italia (e non solo) nel calice
Accanto alla cucina, l’altro grande vanto di Boma è la cantina. La Carta dei vini è in continua evoluzione e propone un percorso tra le zone vinicole più vocate: bollicine italiane, Champagne delle grandi maison come Pol Roger, Perrier-Jouët e Taittinger, bianchi, rosati e rossi, oltre a una simpatica selezione di mezze bottiglie da 0,375 litri chiamate “Le piccine“. Completano l’offerta una proposta del giorno, birre artigianali, amari e distillati.
La scelta privilegia i piccoli produttori artigiani, spesso con produzione biologica o naturale, capaci di raccontare il proprio territorio, senza rinunciare ad alcuni grandi nomi dell’enologia internazionale. Ogni fornitore viene selezionato con cura, così come gli abbinamenti con i piatti del menù. La Liguria naturalmente fa la parte del leone, con Pigato, Vermentino, Rossese, Cinque Terre, Colli di Luni e Moscatello di Taggia: un invito a scoprire la regione bicchiere dopo bicchiere, magari seduti in terrazza davanti al mare.
La Vecchia Cantina Calleri, una famiglia nel cuore della piana di Albenga
Tra le etichette liguri della carta di Boma, la Vecchia Cantina Calleri è presente con ben tre vini: il Vermentino “Pinea”, il Pigato “U Pendin” e lo spumante millesimato “U Bertu”. L’azienda agricola si trova a Salea, una frazione di Albenga, in provincia di Savona, nel cuore della piana ingauna, la terra d’elezione del Pigato e del Vermentino della Riviera di Ponente.
La sua storia è quella della famiglia Calleri, legata da generazioni a questo territorio e alla coltivazione della vite. La svolta arriva nel 1982, quando Umberto Calleri inizia a ristrutturare l’antico edificio di famiglia per trasformarlo in una cantina dotata di attrezzature moderne. Nasce così “La Vecchia Cantina“, un nome che riassume bene lo spirito dell’azienda: un luogo antico, rinnovato per guardare avanti, dove tradizione e innovazione camminano insieme.
I vini nascono esclusivamente da vigneti di proprietà, per esprimere il carattere più autentico del territorio di Albenga. La gamma comprende il Vermentino “Pinea”, il Pigato “U Pendin”, il Rossese “Scuvea”, il Frai, un Passito e due spumanti: un Brut Nature e il Metodo Classico millesimato “U Bertu“, ottenuto da uve Pigato. Negli anni l’azienda ha potuto contare anche sulla consulenza dell’enologo piemontese Marco Biglino, uno dei grandi conoscitori delle uve della Riviera di Ponente.
Vermentino “Pinea”, il profumo della Riviera nel bicchiere
Per la nostra seppia ho scelto il Vermentino “Pinea”, un Riviera Ligure di Ponente Vermentino DOC prodotto con uve Vermentino coltivate a Salea, nella piana di Albenga.
Il Vermentino è uno dei bianchi più amati della Liguria. Probabilmente arrivato dalla Spagna attraverso la Corsica, ha trovato lungo la costa ligure il suo habitat ideale, tra il sole, la brezza salmastra e i terreni ben drenati delle colline vicine al mare. Le analisi del DNA hanno dimostrato che è strettamente imparentato, se non identico, al Pigato, anche se i vignaioli liguri considerano i due vini ben distinti per profumi e carattere. La DOC Riviera Ligure di Ponente, nata nel 1988, tutela oggi i vini delle province di Savona, Imperia e parte di quella di Genova.
Dopo una pressatura soffice, il mosto fermenta a temperatura controllata in acciaio, con un breve bâtonnage (il rimescolamento dei lieviti) che dona più corpo. Nel calice il “Pinea” è giallo con riflessi verdolini, limpido e brillante. Al naso arrivano prima i frutti, pesca bianca, susina e mela golden, poi le erbe aromatiche della macchia ligure. In bocca è facile da bere ma elegante, con una vivace acidità e una piacevole sapidità. Perfetto come aperitivo d’estate, ama le torte salate, il pesce alla griglia o al cartoccio e i formaggi freschi. Con la nostra seppia accompagna la dolcezza del mollusco e la nota vegetale delle bietole, mentre la sua freschezza pulisce il palato dalla cremosità dei ceci.
Ecco la scheda tecnica del vino:
- Denominazione: Riviera Ligure di Ponente Vermentino DOC
- Vitigno: Vermentino
- Zona di produzione: Salea, Albenga (SV)
- Gradazione alcolica: 12,5-13% vol.
- Vinificazione: pressatura soffice, fermentazione controllata in acciaio con breve bâtonnage
- Colore: giallo con riflessi verdolini, consistente e cristallino
- Profumo: pesca bianca, susina e mela golden, poi erbe aromatiche del territorio
- Sapore: di pronta beva, fine ed elegante, con acidità e sapidità che danno complessità e persistenza
- Temperatura di servizio: 8 °C
- Abbinamenti consigliati: aperitivo estivo, torte salate, pesce alla griglia o al cartoccio alla ligure, formaggi freschi
Il Vermentino “Pinea” si può gustare al ristorante, mentre chi desidera portare un po’ di Boma a casa propria può fare un giro sullo shop online del Ristorante Boma Varazze: troverà una selezione di bottiglie della loro cantina con spedizione a domicilio e i buoni regalo da utilizzare al ristorante, un’idea perfetta per chi ama la buona tavola.
E ora vediamo cosa ci serve per preparare la nostra Seppia Zimino e Liguria Boma Varazze da Servire con Vermentino DOC “Pinea” Az. Vecchia Cantina Calleri:

Ingredienti (per 4 persone)
Per le seppie
- 800 g di seppie freschissime (circa 4 seppie medie)
- 1 cucchiaio di sale grosso per l’acqua
- olio extravergine di oliva q.b.
- sale fino q.b.
Per il brodo vegetale
- 600 ml di acqua
- 1 carota
- 1 costa di sedano con le sue foglie
- 1 cipolla bianca
- 1 pomodoro
- 1 pizzico di sale
Per la crema di bietole novelle
- 350 g di bietole novelle
- 1 carota piccola
- 1/2 costa di sedano
- 1/2 cipolla
- 1 spicchio di aglio
- 1/2 calice (circa 60 ml) di Vermentino DOC “Pinea” Az. Vecchia Cantina Calleri
- 1/2 bicchiere (circa 100 ml) di brodo vegetale
- olio extravergine di oliva q.b.
- sale q.b.
Per la crema di ceci
- 1 confezione da 400 g di ceci lessati (circa 240 g sgocciolati), oppure 100 g di ceci secchi
- 1/2 porro
- 2 carote
- 1 spicchio di aglio
- 2 mestoli (circa 200 ml) di brodo vegetale, più un paio di cucchiai
- 1 rametto di rosmarino
- 3 rametti di timo fresco
- olio extravergine di oliva q.b.
- sale q.b.
Per il crumble e il servizio
- 100 g di focaccia alle erbe aromatiche (meglio se del giorno prima)
- olio extravergine di oliva a crudo q.b.
- qualche fogliolina di timo fresco
Da abbinare
- Vermentino DOC “Pinea” Az. Vecchia Cantina Calleri, servito a 8 °C
Seppia Zimino e Liguria Boma Varazze da Servire con Vermentino DOC “Pinea” Az. Vecchia Cantina Calleri: la Ricetta
Per prima cosa prepariamo il brodo vegetale, che ci servirà sia per la crema di bietole sia per quella di ceci. Laviamo la carota, il sedano e il pomodoro, sbucciamo la cipolla e tagliamo tutto a pezzi grossolani, tenendo anche le foglie del sedano, che daranno più profumo. Mettiamo le verdure in una pentola con i 600 ml di acqua fredda e un pizzico di sale, portiamo a bollore e lasciamo sobbollire a fiamma bassa, con il coperchio leggermente scostato, per circa 30 minuti. Filtriamo il brodo con un colino e teniamolo in caldo: ne otterremo circa 400-450 ml, più che sufficienti per la ricetta.
Mentre il brodo cuoce, dedichiamoci alla pulizia delle seppie, il passaggio che richiede più pazienza (se preferiamo, possiamo chiedere al pescivendolo di farlo per noi). Lavoriamo sotto un filo di acqua fredda o in una ciotola, così da evitare schizzi di inchiostro. Afferriamo il corpo con una mano e la testa con l’altra e tiriamo delicatamente: i tentacoli si staccheranno portandosi dietro gran parte delle interiora. Individuiamo con le dita l’osso sul dorso, incidiamo la pelle per il lungo ed estraiamolo. Eliminiamo con cura le interiora rimaste nel corpo e la sacca dell’inchiostro, facendo attenzione a non romperla. Dalla testa tagliamo via gli occhi e, premendo al centro dei tentacoli, facciamo uscire il becco, che va eliminato. Infine togliamo la pelle dal corpo, tirandola con le dita: viene via facilmente partendo da un’estremità. Sciacquiamo bene seppie e tentacoli sotto l’acqua corrente e asciughiamoli con carta da cucina.
Ora passiamo alla crema di ceci. Se usiamo i ceci in scatola, scoliamoli dal loro liquido e sciacquiamoli sotto l’acqua corrente. Se invece partiamo dai ceci secchi, ricordiamoci di metterli in ammollo in abbondante acqua fredda almeno 12 ore prima, poi di scolarli e lessarli in acqua non salata per circa 1 ora e 30 minuti, finché non diventano teneri. Puliamo il porro eliminando la parte verde più dura e la radice e tagliamolo a rondelle sottili; raschiamo le carote e tagliamole a fettine. In una casseruola scaldiamo un filo di olio extravergine con lo spicchio di aglio sbucciato e leggermente schiacciato, uniamo porro e carote e lasciamoli insaporire a fiamma dolce per circa 5 minuti, mescolando spesso perché si ammorbidiscano senza prendere colore.
A questo punto aggiungiamo i ceci, i due mestoli di brodo vegetale caldo, il rametto di rosmarino e i rametti di timo. Saliamo, copriamo e proseguiamo la cottura a fiamma dolce per circa 20 minuti, finché le carote non saranno morbidissime.
Nel frattempo prepariamo la crema di bietole. Laviamo bene le bietole novelle in acqua fredda, cambiandola un paio di volte per eliminare ogni residuo di terra. Eliminiamo la parte più spessa dei gambi, che renderebbe la crema filacciosa, e tagliamo le foglie in modo grossolano. Tritiamo finemente la carota, il sedano e la cipolla. In un’ampia padella scaldiamo un filo d’olio con lo spicchio d’aglio sbucciato, aggiungiamo il trito e lasciamolo appassire a fuoco dolce per 4-5 minuti. Alziamo leggermente la fiamma e sfumiamo con il mezzo calice di Vermentino “Pinea”, lasciando evaporare l’alcol per un minuto. Uniamo le bietole, che all’inizio sembreranno tantissime ma si ridurranno in fretta, e lasciamole appassire per 3-4 minuti, girandole con una pinza. Versiamo il mezzo bicchiere di brodo vegetale, saliamo e cuociamo ancora per circa 5 minuti. Eliminiamo l’aglio e frulliamo tutto con il mixer fino a ottenere una crema liscia e di un bel verde brillante. Se risultasse troppo densa, aggiungiamo un cucchiaio di brodo; teniamola da parte in caldo.
Torniamo ai ceci: trascorsi i 20 minuti, eliminiamo l’aglio e il rametto di rosmarino, poi frulliamo con il frullatore a immersione, aggiungendo uno o due cucchiai di brodo vegetale caldo fino alla consistenza desiderata. Per questa ricetta la crema deve essere vellutata ma abbastanza densa da restare compatta nel piatto. Assaggiamo, regoliamo di sale e copriamo per mantenerla calda.
Prepariamo ora il crumble di focaccia. Sbricioliamo la focaccia alle erbe aromatiche con le mani oppure con qualche colpo di mixer a intermittenza, senza ridurla in polvere. Scaldiamo una padella antiaderente con un filo d’olio e tostiamo le briciole a fiamma media per 4-5 minuti, mescolando spesso, finché non diventano dorate e croccanti. Trasferiamole su un foglio di carta da cucina.
Ed eccoci al momento delle seppie. Portiamo a bollore una pentola d’acqua, saliamola con il sale grosso e tuffiamo seppie e tentacoli per 2 minuti: questa breve sbollentatura le renderà più tenere e morbide. Scoliamole e asciughiamole benissimo con carta da cucina, perché l’umidità impedirebbe una buona rosolatura. Apriamo i corpi a libro e incidiamo leggermente la superficie con un coltello affilato, formando una griglia a rombi senza arrivare a tagliare la carne: in cottura si arricceranno in modo grazioso e cuoceranno in modo uniforme.
Scaldiamo bene una padella o una piastra in ghisa con un filo di olio extravergine. Quando è rovente, adagiamo le seppie con il lato inciso verso il basso e lasciamole piastrare per circa 1 minuto e mezzo per lato, senza muoverle, finché non saranno appena dorate. Aggiungiamo anche i tentacoli, che bastano un paio di minuti. Attenzione a non prolungare la cottura, altrimenti le seppie diventano gommose. Saliamo appena e tagliamo i corpi a pezzi o a listarelle.
Non ci resta che impiattare. Al centro di ogni piatto stendiamo un paio di cucchiaiate di crema di ceci calda, accanto disponiamo la crema di bietole e sopra adagiamo i pezzi di seppia e i tentacoli. Completiamo con una generosa spolverata di crumble di focaccia, qualche fogliolina di timo fresco e un filo di olio extravergine a crudo.
La nostra Seppia Zimino e Liguria Boma Varazze è pronta per essere portata in tavola: non ci resta che stappare una bottiglia di Vermentino DOC “Pinea” Az. Vecchia Cantina Calleri, ben fresco, e brindare a questo incontro tra il mare e l’orto della Liguria.
Tempi di preparazione
| Tempo Attivo | Tempo Passivo | Tempo Totale |
|---|---|---|
| 1 ora e 10 minuti | 20 minuti | 1 ora e 30 minuti |
I tempi si riferiscono alla versione con i ceci in scatola. Usando i ceci secchi, bisogna aggiungere almeno 12 ore di ammollo e circa 1 ora e 30 minuti di cottura.

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Alla prossima ricetta!
Un abbraccio
Patrizia


