Amadori acquisisce Unconventional

Il boicottaggio da parte di alcuni vegani e il paradosso che dimentica Granarolo

Il mondo del plant-based italiano è stato scosso da una notizia che ha ridefinito i confini del mercato, Amadori, colosso italiano del settore avicolo, ha ufficialmente acquisito Unconventional, il marchio di burger vegetali più venduto in Italia e leader nel segmento delle alternative alla carne.

La reazione di una parte della comunità vegana e attivista non si è fatta attendere, traducendosi in un immediato appello al boicottaggio: “Non daremo i nostri soldi a chi campa sulla macellazione dei polli” e ci sta.

Ma analizzando la vicenda a mente fredda, emerge un enorme paradosso di fondo. Prima di questa transizione, Unconventional non era un’azienda indipendente gestita da attivisti in un santuario degli animali, era di proprietà di Granarolo. Un dettaglio che cambia radicalmente la prospettiva etica della protesta.

Il “passaggio di testimone”: chi c’era dietro Unconventional?

Per capire l’incoerenza di alcune reazioni, bisogna fare un passo indietro. Unconventional è nato e cresciuto sotto l’ala di Granarolo, la più grande filiera italiana del latte.

Dal punto di vista dell’antispecismo e del veganesimo, l’industria lattiero-casearia non è affatto più etica o “cruelty-free” di quella della carne.

Per produrre il latte su scala industriale, le vacche vengono ciclicamente fecondate; una volta partorito, i vitelli vengono strappati alle madri a poche ore dalla nascita. Se sono maschi, diventano scarti di produzione destinati al macello per la carne bianca; se sono femmine, vanno a rimpiazzare le madri nel ciclo di mungitura continua, finché lo sfinimento non condanna anche loro al macello.

Dal punto di vista dell’impatto e della sofferenza animale, dunque, comprare Unconventional ieri significava comunque finanziare un colosso dell’industria lattiero casearia Italiana. Spostare la spesa da chi lavora con i bovini a chi lavora con i volatili non sposta di un millimetro l’asticella della coerenza dogmatica.

Perché l’acquisizione di Amadori è un segnale positivo

Se superiamo l’approccio del “tutto o niente”, l’investimento di Amadori nel mercato vegetale rappresenta in realtà una vittoria culturale ed economica per chi auspica un futuro con meno sofferenza animale. Ecco perché.

Democratizzazione del Plant-Based: Amadori possiede una rete di distribuzione e una forza commerciale immensa, questo significa che i burger vegetali arriveranno in posti dove prima non c’erano, a prezzi potenzialmente più competitivi, intercettando il pubblico dei “flexitariani” (chi mangia carne ma vuole ridurne il consumo).

Conversione industriale: quando i giganti della carne investono nel vegetale, sicuramente non lo fanno per beneficenza, ma perché seguono il mercato, più fatturato generano i prodotti vegetali, più risorse quelle stesse aziende sposteranno dai reparti di macellazione ai reparti di produzione green.

Impatto sui numeri: il vero cambiamento, sembra brutto dirlo, non lo fanno pochi vegani perfetti, ma milioni di onnivori che scelgono di fare un pasto vegetale due o tre volte a settimana, se Amadori convince il suo cliente tipo a comprare un Burger veg invece di una cotoletta di pollo, il numero di animali macellati crolla drasticamente.

Curiosità: Il successo di un burger “non convenzionale”

Nato nel 2020, Unconventional ha conquistato l’Europa vincendo premi come il miglior burger vegetale del mondo e battendo nei test di assaggio al buio colossi americani come Beyond Meat e Impossible Foods.

Il suo segreto? Una texture e un sapore incredibilmente fedeli alla carne, pensati proprio per non far rimpiangere l’originale a chi sta provando a cambiare abitudini.

Vedere il logo di Amadori associato a questo successo fa storcere il naso a molti, lo so, ma è l’esatta fotografia di una transizione ecologica in atto

Accogliere il cambiamento, oltre l’ideologia

La purezza ideologica, per encomiabile che sia, rischia spesso di diventare il peggior nemico del pragmatismo. Boicottare un prodotto vegetale eccellente solo perché la casa madre produce anche carne significa dire alle grandi aziende: “Non provateci nemmeno a cambiare, tanto vi odieremo comunque“.

Il progresso, purtroppo o per fortuna, è un percorso fatto di compromessi e passi graduali; se un colosso della carne decide di scommettere sul futuro delle proteine vegetali, quel cambiamento secondo me va sostenuto, non ostacolato.

Accogliere positivamente questa evoluzione, anche se arriva da un attore economico di cui non si condividono i valori di partenza, è l’unico modo per spingere l’intera industria alimentare verso una direzione più sostenibile.

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