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Il ragù non è la carne ca’ pummarola. come recita la poesia di Eduardo.

Non è di facile realizzazione ed inoltre per essere saporito come quello della mamma del de Filippo richiede una lunghissima cottura.
Attualmente si usa chiamare ragù un sugo di pomodoro nel quale si è cotta della carne.
Il ragù, come recita Eduardo,veniva cotto su di una fornacella a carbone e doveva cuocere per almeno sei ore!
La pentola in cui si dovrebbe cuocere è un tegame di creta largo e basso, e per rimestarlo occorre  la cucchiarella di legno.
Il ragù napoletano è il piatto tipico domenicale e base per altre pietanze altrettanto saporite, come ad esempio la tipica lasagna che a Napoli viene preparata con il ben di Dio durante il periodo di Carnevale

 

 

La leggenda del Ragù

A Napoli alla fine del 1300 esisteva la Compagnia dei Bianchi di giustizia che percorreva la città a piedi invocando “misericordia e pace”.
La compagnia giunse  presso il “Palazzo dell’Imperatore” tuttora esistente in via Tribunali, che fu dimora di Carlo, imperatore di Costantinopoli e di Maria di Valois figlia di re Carlo d’Angiò.
All’epoca il palazzo era abitato da un signore che era nemico di tutti, tanto scortese quanto crudele e, che tutti cercavano di evitare. La predicazione della compagnia convinse la popolazione a rappacificarsi con i propri nemici, ma solo il nobile che risiedeva nel “Palazzo dell’Imperatore” decise di non accettare l’invito dei bianchi nutrendo da sempre antichi e tenaci rancori. Non cedette neanche quando il figliolo di tre mesi, in braccio alla balia sfilò le manine dalle fasce ed incrociandole gridò tre volte: “Misericordia e pace”.
Il nobile era accecato dall’ira, serbava rancore e vendetta, ed un giorno la sua donna, per intenerirlo gli preparò un piatto di maccheroni.
La provvidenza riempì il piatto di una salsa piena di sangue.
Finalmente commosso dal prodigio, l’ostinato signore, si riappacificò con i suoi nemici  e vestì il bianco saio della Compagnia.
Sua moglie in seguito all’inaspettata decisione, preparo’ di nuovo i maccheroni, che anche quella volta come per magia divennero rossi.
​Ma quel misterioso intingolo aveva uno strano ed invitante profumo, molto buono ed il Signore nell’assaggiarla trovò che era veramente buona e saporita.
La chiamò così “raù” lo stesso nome del suo bambino.
 

O’ Rraù, la poesia di Eduardo

 
Eduardo De Filippo ha reso omaggio al ragù napoletano scrivendo la celebre poesia
‘O ‘rrau e dedicandogli vari riferimenti nelle sue opere teatrali, come quello ben noto nella commedia Sabato, domenica e lunedì (1959). che nel 1990 diventa anche un film.
 

 

 

O ‘rraù


‘O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.
A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel’ ‘a miezo st’uso

Sì,va buono:cumme vuò tu.
Mò ce avéssem’ appiccecà?
Tu che dice?Chest’ ‘è rraù?
E io m’ ‘o   mmagno pè m’ ‘o mangià…
M’ ‘ a faja dicere na parola?…
Chesta è carne c’ ‘ a pummarola


Il Ragù

Il ragù che piace a me
lo faceva solo mia madre.
Da quando ho sposato te,
ne parliamo per parlare.
Io non sono problematico;
ma togliamola questa usanza.
Si. a bene: come vuoi
Mica vogliamo litigare?
Tu cosa dici? questo è ragù?
E io lo mangio tanto per mangiarlo…
posso dire una parola?…
questa  carne col pomodoro

 

Fonte: il Web
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