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Girare una scena a tavola, per un regista, è ciò che nelle scuole di cinema si definirebbe ottimisticamente “una sfida”. O in maniera più realistica: un inferno.

Perché, come spiegano anche i numerosi manuali in rete, apparecchiare un film significa “cambiare spesso inquadratura, spostare le luci di conseguenza, sgomberare e arredare in continuazione la tavola”. Significa controllare “che il contenuto dei piatti si mantenga integro e coerente nei raccordi per il montaggio”, significa stare attenti ai tintinnii di vetro e metallo, posate e bicchieri, e a tutta quella vasta gamma di suoni da pasto che potrebbero guastare la presa diretta e i nervi del fonico. Un’odissea. Eppure, per qualche ragione, i registi ne sono da sempre diabolicamente attratti. Tanto da fare, del dinner-movie, quasi un genere.

Ultimo in ordine di tempo, in questa bizzarra gastrocategoria, è The Dinner di Oren Moverman, tratto dal romanzo di Herman Koch e interpretato da Richard Gere con Steve Coogan, Laura Linney e Rebecca Hall.

Ilaria Ravarino

La tavola, qui, è un’arena di lusso in cui si consuma la frantumazione morale di due famiglie: un politico in carriera e il fragile fratello insegnante di storia, ciascuno accompagnato dalla propria moglie, decisi a risolvere al ristorante la crisi in cui li ha gettati un atroce delitto commesso dai rispettivi figli. Si mangia poco, si parla tanto, e a scandire il film, diviso in capitoli, ci pensano le portate – antipasti, piatto principale, formaggi, dessert, digestivi – accompagnate al tavolo da quattro camerieri alla volta. Menù da chef-star, la gastronomia come forma d’arte postmoderna, la futilità della gola e l’accidia dello spirito, cibo e violenza come due facce pop della stessa medaglia. Da quel romanzo sono nati altri due film, ambientati ovviamente a tavola, ma in altri ristoranti e con commensali diversamente borghesi. Sono i fratelli avvocato e pediatra de I nostri ragazzi di Ivano de Matteo, il cui confronto si snoda tra le portate di un ristorante di medio lusso e i numerosi flashback, e i ricchi fratelli nordeuropei di The Dinner di Menno Meyjes, che consumano piccole porzioni di piatti dai nomi lunghissimi e guardano feroci in macchina, odiandosi di più a ogni boccone.

LA CRISI VIEN MANGIANDO

È dai tempi di Chi ha paura di Virginia Woolf?, vero precursore del genere, che i registi si divertono a far scoppiare coppie e famiglie intorno al tavolo da pranzo (o meglio: a cena). Succede, per esempio, in Carnage di Roman Polanski, basato sulla pièce Il dio del massacro di Yasmina Reza: qui tuttavia, a innescare la miccia che fa esplodere la crisi tra i coniugi Cowan e i coniugi Longstreet – alle prese con un atto di bullismo che ha coinvolto i rispettivi figli – più che il cibo è l’alcool, consumato in clamoroso eccesso.

 

Non è una cena serena nemmeno quella tra le famiglie speculari delle commedie Il nome del figlio di Francesca Archibugi e Cena tra amici di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte: stessa origine per entrambi i film, la pièce Le Prénom, simile l’andamento del pasto.

Ilaria Ravarino

L’iniziale piacevole conversazione di maniera tra due coppie di intellettuali si trasforma in scontro quando viene rivelato il nome che sarà dato a un figlio in arrivo: Adolphe nella versione belga, Benito in quella italiana. Sarà quel nome così pericolosamente destrorso il detonatore per la crisi, consumata tra i decanter di vino rosso e i piatti etno chic nel film belga, dove dal salotto si evade solo nel prologo e nell’epilogo, o tra le zuppe e le torte di frutta secca del film italiano, animato dai flashback dei protagonisti. Capostipite del Dogma, e di qualsiasi epica disfatta a tavola, è infine Festen di Thomas Vinterberg, dove un apparentemente innocuo pranzo di compleanno si trasforma in morboso incubo di famiglia. E il tintinnio della posata sul bicchiere, reso celebre dal film, dal 1998 è ormai un cult.

 

 

AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA

Non va meglio agli amici. Tenendo a mente, come primo esperimento sul tema, L’Angelo Sterminatore di Luis Bunuel, in cui un gruppo di borghesi resta letteralmente imprigionato in una sala da pranzo, ci sono almeno un altro paio esempi in cui una cine-tavolata fra amici non va esattamente a buon fine. Accade ne La grande abbuffata di Marco Ferreri, dove gli amici in questione (Tognazzi, Mastroianni, Noiret, Piccoli), che pure non trascorrono tutto il tempo seduti a tavola, non fanno altro che mangiare. Cinghiali, capretti e ostriche, farone semiselvatiche, uova, montagne di purè, tutto con un solo obiettivo: “mangiare all’infinito”, per poi morire. È il suicidio della società dei consumi, annunciato a tavola.

 

Meno drastico, ma comunque drammatico, anche il destino degli amici riuniti a cena con la scusa di un’eclissi di luna in Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese.

Ilaria Ravarino

Girato tra la tavola da pranzo e la cucina di un bell’appartamento borghese, con qualche breve incursione sul balcone affacciato su Roma, sul centrotavola di questa cena informale non finiscono teglie di prelibatezze, ma gli smartphone degli invitati. Con conseguenze decisamente pericolose per tutti: è il suicidio delle relazioni 2.0, consumato a tavola.

 

 

IL DIAVOLO FA LE PENTOLE

Le cene ricorrono negli horror (come dimenticare il pasto cannibale di Non aprite quella porta?) e sono assai frequenti anche nei thriller, senza tuttavia occupare lo spazio intero di un film. Spesso sono solo un succoso spunto su cui imbastire una classica serata in giallo, come nella parodia Invito a cena con delitto di Robert Moore. La cena, qui, è un escamotage diabolico escogitato per riunire sotto allo stesso tetto i cinque migliori investigatori del mondo, e per cause di forza maggiore non viene nemmeno consumata.

 

Sempre una cena, in corso all’inizio del film, è il pretesto per far incontrare i sei misteriosi personaggi di Signori il delitto è servito di Jonathan Lynn. Gli ospiti mangiano e chiacchierano in un lussuoso castello finto-gotico americano, finché la scoperta dell’oscuro legame che li unisce rischia di mandare di traverso le portate a più di un commensale.

Ilaria Ravarino

E ancora la tavola, stavolta da protagonista, torna nella commedia nera Una cena quasi perfetta di Stacy Title, dove un gruppo di amici molto liberal scopre un modo particolarmente divertente per trascorrere il weekend: invitare a cena un ospite dalle posizioni politiche apertamente conservatrici e provare a fargli cambiare idea. E se il tentativo non riesce? Si risolve con un brindisi. All’arsenico.

 

 

TARALLUCCI E VINO

E per chi sentisse il bisogno del dolce, dopo un pasto così amaro? Il cinema sa apparecchiare anche i buoni sentimenti, sia pure con moderazione. Accade per esempio durante il rustico pasto del Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio, tutto grembiuli, pasta al forno, servizio alla buona e senile convivialità, ma accade in maggior misura ne Il pranzo di Babette di Gabriel Axel. Il banchetto che dà il nome al film – storia della speciale amicizia tra la parigina Babette e le devote sorelle danesi Marthina e Philippa – si trasforma in una vera e propria avventura amorosa: un pranzo che rende tutti felici e gioviali, un pasto in cui “rettitudine e felicità si sono baciate”, un banchetto che è un tripudio di brodi di tartaruga e quaglie in sarcofago, dolcetti al rum, tartufi, amaretti per un film dolce, che sazia ma non abbuffa. Ontologicamente buono.

 

 

Fonte: il Web
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