Suolo, tra consumo e abbandono e quella Legge ferma al palo

Suolo, tra consumo e abbandono e quella Legge ferma al palo

Suolo, tra consumo e abbandono e quella Legge ferma al palo
Suolo, tra consumo e abbandono e quella Legge ferma al palo

Concentrazione da una parte abbandono dall’altra sono due facce della stessa medaglia e come tali andrebbero trattate se ci si vuole seriamente porre il problema della tutela del suolo, a cui è dedicata la giornata di mercoledì 5 dicembre.
Numeri alla mano in Italia il 18 per cento della popolazione italiana vive nello 0,25 per cento dei comuni. Sono 13,37 milioni, pari al 22 per cento della popolazione, le persone che vivono nei piccoli centri abitati a cui corrispondono circa 4mila Comuni pari al 60 per cento della superficie totale.

Nei centri abitati di pianura qualche amministrazione prova a correre ai ripari introducendo concetti come quello del consumo “a saldo zero” nei propri strumenti urbanistici per cercare di mettere un argine al consumo indiscriminato e selvaggio di terreni agricoli. Scelte amministrative che quando non sono che mera facciata, paiono azioni di guerriglia contro un fenomeno, quello del consumo di suolo, che avrebbe bisogno di molto altro, in primis una buona legge, quella che l’Italia attende da anni e sempre ferma al palo di qualche commissione parlamentare.

Ma sarebbe miope non porsi il problema di come tutelare e sostenere quelle comunità in cui i terreni non mancano (si stimano 300mila ettari abbandonati negli ultimi 10 anni), ma manca tutto il resto: le persone, i servizi essenziali, un sistema in grado di dare valore alle piccole filiere agricole, spesso le uniche possibili in quei territori. Un problema che si pone e prova a risolvere la Strategia Nazionale Aree Interne, ad esempio, con politiche e incentivi che guardano alle esigenze delle singole comunità. Comunità che Slow Food prova raccontare attraverso il progetto degli Stati Generali degli Appennini, che fa incontrare agricoltori, allevatori, sindaci di tutta Italia accomunati dal vivere nelle aree appenniniche; per condividere problemi ma anche successi ed esempi di filiere attive.

Perché in montagna può succedere che quando si trova modo, persone e risorse, per ad esempio far rivivere una filiera, attorno a quella filiera tornano ad animarsi bar e botteghe e magari qualche sezione di asilo. Il senso è quello di provare a guardare la montagna attraverso le lenti dell’opportunità. E mentre quei territori si ripopolano, la pianura diventa un po’ più sicura da fenomeni come ad esempio quello del dissesto idrogeologico.

 

Fonti Giorgia Canali slowfood.it

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