La crisi del grano e la risposta delle filiere locali

Negli ultimi mesi se n’è parlato molto: la crisi del grano preoccupa tutti i paesi dell’area mediterranea, per lo meno tutti quelli che hanno nella loro tradizione e cultura culinaria un ampio utilizzo di prodotti derivati da questo cereale e che dipendono dai paesi dell’est Europa come l’Ucraina per il suo approvvigionamento.

E’ notizia di questi giorni la firma dell’accordo tra Russia e Ucraina per sbloccare l’esportazione del grano fermo nei porti ucraini attraverso degli appositi corridoi commerciali nel Mar Nero, e questo sicuramente darà una boccata d’ossigeno al mercato cerealicolo con il calo dei prezzi della materia prima.

crisi del grano

Anche se l’Italia non dipende in maniera massiccia dal grano ucraino (molto più difficile la situazione in paesi quali l’Egitto, il Libano e lo Yemen che importano dai porti del Mar Nero dal 50% al 75% del loro fabbisogno di cereali) la situazione non è rosea soprattutto perchè a causa della siccità e dell’aumento dei costi di coltivazione, anche nel nostro paese si sta assistendo ad un calo della produzione che in alcune regioni come la Puglia arriva anche al 35%-40%.

La situazione in Piemonte

Per quanto in alcuni casi l’aumento dei prezzi non segue solo l’andamento climatico o la situazione geopolitica, bensì diventa la conseguenza di logiche speculative, è un dato di fatto che anche in Piemonte e nello specifico in provincia di Torino si è conclusa una delle campagne cerealicole più disastrose degli ultimi anni.

In provincia di Torino si è arrivati ad una perdita di produzione del 30%. Su una superficie coltivata a grano di circa 15.000 ettari la resa stimata per il territorio torinese è di circa 500mila quintali, contro una resa ottimale di 700mila.

Una delle cause principali è da ricercarsi nella siccità che ha caratterizzato le due stagioni cruciali per la coltivazione del grano. Tra l’inverno e la primavera è mancata l’umidità nel terreno che serve alla piantina per iniziare lo sviluppo dei “culmi”, i fusti da cui nascono le spighe. Normalmente una pianta di grano produce 12-15 fusti con spiga, con la siccità invernale le piante hanno prodotto 5-6 spighe. Con il clima anomalo registrato in primavera avanzata, secco e caldo, le poche spighe hanno, a loro volta, prodotto dai due terzi alla metà dei chicchi di una stagione normale. Nelle aree toccate dalle grandinate il calo arriva per alcuni campi anche al 100%.

crisi del grano

Per la produzione di grano la provincia di Torino è la seconda provincia del Piemonte dopo quella di Alessandria e il fatturato atteso per il grano torinese è di circa 20 milioni di euro con una tendenza a diventare sempre più importante nel mondo dei cereali. La Borsa merci di Torino segnala quotazioni dai 350 ai 370 euro a tonnellata, contro i 240-260 dell’anno scorso, e questa maggiore quotazione del prodotto finirà per provocare un aumento nella spesa quotidiana dei consumatori. I maggiori ricavi, tra l’altro, compensano appena i rincari di concimi, gasolio ed energia che colpiscono le aziende agricole.

Questo è l’anno in cui dovremmo aumentare la produzione locale di grano – osserva il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici – Invece abbiamo un forte calo di rese che aumentano la dipendenza dei forni torinesi dai cereali importati, in una situazione di mercato globale dove il grano ha raggiunto prezzi altissimi“.

Il progetto “Gran dij bric” come risposta alla crisi del grano

In questo quadro preoccupante di crisi del grano arrivano segnali incoraggianti dalla filiera tutta locale del grano della collina chivassese, la filiera del Gran dij Bric, importante filiera del grano di qualità. Nata nel 2016 con un accordo tra Coldiretti Torino e il mulino di Casalborgone, la filiera del Gran dij Bric (in piemontese, “grano delle colline”) valorizza il grano tenero locale e garantisce la giusta remunerazione sia agli agricoltori che ai trasformatori e ai produttori finali senza incappare nelle speculazioni.

gran dij bric

Lo scopo iniziale del progetto è stato quello di valorizzare un territorio che non era vocato all’agricoltura a causa della sua conformazione geografica e fare in modo che si evitasse lo spopolamento delle aree rurali tipico dei territori a bassa produzione agricola. Il progetto è stato reso possibile dalla presenza di un importante mulino a Casalborgone. Storicamente a Casalborgone si produceva grano, ma scarsa attenzione era posta alla qualità del cereale coltivato. Si prediligeva la resa a discapito della qualità, quindi veniva coltivato grano foraggero oppure grano debole adatto più alla pasticceria che alla panificazione. Alcune aziende agricole che si occupavano di zootecnia coltivavano il grano unicamente per avere la paglia per le stalle (e per produrre il letame) per cui la qualità del grano non era importante.

In Italia anche prima della crisi del grano venivano importati grandi quantitativi di grano ad alto indice proteico e quelli coltivati sul territorio erano in origine solo per il 20% grani di forza; oggi, grazie al contributo di Coldiretti si è riusciti ad arrivare al 70% di produzione di grani di forza, perchè la trebbiatura posticipata dovuta ai climi più freschi favorisce la qualità del prodotto.

Le prime semine sono avvenute nel 2017, oggi la filiera conta 20 aziende agricole aderenti con oltre 116 ettari coltivati tra i 12 comuni compresi tra Casalborgone, Castagneto Po e Verrua Savoia. Nel 2020 erano 93 gli ettari coltivati secondo il contratto di filiera, ma nel 2021 era già saliti a 107 ettari.

Con il 2022, per la prima volta, abbiamo superato i 140 ettari – sottolinea con soddisfazione Giancarlo Chiesa vice direttore di Coldiretti Torino – Vuol dire che gli agricoltori credono in questa filiera e che il progetto si sta consolidando. La qualità del raccolto è incoraggiante ma non avremo le quantità necessarie per fare il salto nel mercato della panificazione e dei prodotti da forno del Torinese“.

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Il mulino di Casalborgone

Come si è detto un ruolo fondamentale per l’avvio e il successo del progetto di filiera è dovuto alla presenza sul territorio di un importante mulino.

Il mulino di Casalborgone lavora 200.000 quintali di grano all’anno, cioè 1000 quintali al giorno da cui si ricavano 800 quintali di farina; di questi circa 5000/6000 quintali derivano dalla filiera dei Grani dij bric, grano raccolto in un anno che viene insilato e macinato un po’ per volta. Una certa quantità ogni mese è poi riservata alla distribuzione tra i vari produttori locali.

Tra questi la panetteria dei F.lli Capone (Franco e Mario), con sede proprio a Casalborgone.

Le farine macinate dal mulino di Casalborgone sono sempre più ricercate per prodotti di altissima qualità – dichiara Ornella Cravero presidente sezione Coldiretti Casalborgone – Il grano prodotto sui colli chivassesi è uno dei migliori d’Italia grazie alla maturazione rallentata che migliora il contenuto di proteine. Dopo questi primi anni di avvio, possiamo dire che la filiera ha passato l’esame toccando ormai un valore complessivo della produzione di circa 250mila euro e coinvolgendo una sessantina di addetti. Ora, insieme agli amministratori locali abbiamo il compito di promuovere la filiera e fare conoscere il marchio presso i consumatori, a partire da quelli torinesi“.

Non sappiamo se la filiera dei Gran dij bric possa risolvere il problema della crisi del grano in Italia, si tratta tuttavia di sicuro di un esempio virtuoso di produzione locale, un trend in crescita, a dimostrazione che i contratti di filiera sono la strada giusta per garantire agli agricoltori un equo compenso per il loro lavoro e ai consumatori un’alta qualità del prodotto.