Storia dell’alimentazione: la società medievale

l'alimentazione nel Medioevo

Il Medioevo è quel periodo storico che, convenzionalmente, è racchiuso tra due date: 476 d.C., la caduta dell’Impero Romano, e il 1492, la scoperta dell’America. E’ un periodo di oltre mille anni, considerato un passaggio tra l’epoca antica e quella moderna, durante il quale si sono susseguite trasformazioni sociali e culturali. Analizzare queste trasformazioni diventa fondamentale per comprendere i diversi modelli alimentari che si sviluppano nel corso del Medioevo. E’ altresì importante conoscere la struttura della società nel tempo e il contesto ambientale in cui si è sviluppata per capire le differenti modalità del mangiare medievale.

La società Medievale era divisa in tre grandi gruppi: bellatores, oratoes e laboratores.
Ogni gruppo era distinto dagli altri due ed aveva caratteristiche proprie ben evidenti nelle differenti tipologie di alimentazione.
L’avvento dell’età delle Signorie e del Rinascimento, poi, accentuerà le divisioni sociali, accrescendo le distanze tre nobili e contadini e vedrà l’affermarsi di una nuova classe sociale intermedia, sempre più numerosa e potente, quella formata da commercianti e artigiani.


I bellatores, i nobili, i cavalieri abituati a far la guerra, venivano educati all’uso delle armi e alle regole della cavalleria sin da bambini, a loro spettava il compito di garantire la pace e la sicurezza dei confini, ma anche conquistare nuove terre e trovare nuove ricchezze.
Per svolgere i suoi doveri, quindi, secondo l’immaginario collettivo, il signore deve mangiare carne per combattere, per comandare, per nutrire la sua forza vitale e continuare la stirpe. Il tipo di carne consumata era quella rossa, carne di grossi animali cacciati, cinghiali, cervi, caprioli. Servita con salse speziate. Il grande consumo di carne fu la causa della più diffusa malattia dell’epoca: la gotta.
Oltre alla carne il nobile mangiava pesci, come salmoni o storioni, ricoperti con salse delicate, apprezzava torte e pastelli ripieni di carne, pesce o verdure, gradiva dolci accompagnati da vini speziati e spezie confettate per chiudere il pasto e favorirne la digestione. A lui era concesso mangiare la frutta degli alberi considera più adatta alla sua alimentazione perchè cresceva lontana dalla terra.

Al contrario l’alimentazione dei laboratores, quelli che con il loro lavoro garantivano l’economia, l’agricoltura e con il tempo anche i commerci, era costituita da verdure, i legumi e i cereali, considerati da loro la prima risorsa alimentare, i frutti selvatici, le erbe dei campi, ma non mancava la carne: ovviamente non era la caccaigione, destinata esclusivamente ai ricchi, ma maiali, polli, pecore, animali da cortile in genere e piccoli animali selvatici. Ai poveri era riservata anche la frutta che maturava vicino alla terra, così come i tuberi, considerati alimenti adatti ai contadini che con la terra avevano un rapporto quotidiano.
Quello che caratterizza l’alimentazione dei popolani era il modo di cucinare: la carne era bollita, il che permetteva di rendere tenere anche le carni dure e di fornire brodo per altre preparazioni.
Fondamentale il ruolo del pane preparato con grani diversi, solitamente segale o un miscuglio di cereali. Nei periodi di crisi si arrivò a mescolare anche farine di fave e di castagne, mentre in tempo di carestia, come riporta Rodolfo il Glabro, pur di fare il pane vi furono tentativi di utilizzo di farina mista a terra. Il termine companagium ‘companatico’, diffusosi in tutte le categorie sociali tra il XII-XIII secolo, la dice lunga sul ruolo che andava prendendo il pane rispetto agli altri alimenti: tutto il resto era un corollario.
Quando i nobili monopolizzarono l’uso dei forni, i contadini per evitare le tasse, rinunciarono a cuocere il pane preparando le cosiddette ‘farinate’: mescolando acqua e farina e cuocendo tutto sul fuoco.
Anche il pesce era presente nell’alimentazione del contadino che, però, doveva accontentarsi di pesci poveri, pescati negli stagni o nei corsi d’acqua, oppure ricorrere ad alimenti conservati con l’affumicatura o con il sale. 

Gli oratores erano i religiosi, i monaci, per i quali la preghiera viene prima di tutto e si occupano della spiritualità degli uomini.
Secondo la regola Benedettina, la base della loro alimentazione è costituita da zuppe di cereali, legumi ed ortaggi, accompagnati da uova e formaggi.
Fondamentale nell’alimentazione monacale sono i digiuni e le astinenze. Solitamente due o tre giorni alla settimana, oltre le Quaresime (pasqua, avvento e ognissanti), erano dedicati al mangiare di magro; infatti l’astinenza dalle carni significa elevazione a vita contemplativa, allontanamento dalle mollezze terrene e dalle lusinghe corporali.
Ogni ordine aveva regole diverse e con il tempo molte vennero mitigate, si iniziò ad introdurre la carne la domenica, ma solo se donata al convento e dissanguata secondo i precetti biblici.

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Pubblicato da dalfuocoaifornelli

Mi chiamo Patrizia! Con questo blog unisco le mie passioni: la cucina e la storia! Sono un'archeologa cuciniera, mi diverto a riproporre, tra le altre, ricette antiche da poter sfornare in cucine moderne!!