la tavola di San Giuseppe: riti e tradizioni del sud Italia

San Giuseppe è il Santo patrono dei poveri, e il 19 marzo  è festeggiato specialmente nel sud Italia con una serie di celebrazioni che uniscono il sacro alla tavola. Visto come l’umile artigiano predestinato a diventare padre putativo di Gesù, San Giuseppe è stato spesso invocato durante i periodi di carestia, e successivamente celebrato per ringraziare la grazia ricevuta: in numerose località del meridione il 19 marzo di ogni anno viene venerato con grandi manifestazioni che coinvolgono intere comunità. Nel Trapanese ad esempio sono un’istituzione gli “Altari di San Giuseppe” dove si allestiscono degli altari riccamente decorati unitamente al “banchetto per i santi”, una tavola imbandita con un gran numero di pietanze originariamente organizzato in favore dei più poveri, con l’unico divieto di utilizzare per la loro preparazione la carne e i formaggi essendo tempo di Quaresima. San Giuseppe e i suoi riti sono sbarcati anche negli Stati Uniti, grazie all’emigrazione dei siciliani in Louisiana: infatti anche a New Orleans si celebra la santa festività con la “Tavola di San Giuseppe”. Il tipico pranzo tradizionale è preparato rispettando uno schema rituale. innanzitutto si allestisce la Sacra Famiglia allargata sino a un massimo di tredici commensali, dove i personaggi principali sono ovviamente Gesù Giuseppe e Maria, mentre le portate sono rigidamente nove di numero. La tavola è allestita nella casa della famiglia che prepara il pranzo; da un lato c’è il baldacchino di San Giuseppe (rappresentato da un quadro o statua) dall’altra i figuranti chiamati santi. Sulla tavola per ogni santo sono sistemate tutti i piatti in sequenza e una volta imbandita la tavola viene il sacerdote a benedire tutto quanto dando il via alla rappresentazione.

Questo è il menù della Tavola di San Giuseppe così come è allestita in Puglia – nella provincia di Otranto. si inizia con i lampascioni olio e aceto per poi proseguire con la massa di San Giuseppe e i maccheroni con il miele, quindi i ciciri (ceci) cotti nella pignata e le rape (cime di rapa) lesse; poi è la volta dello stoccafisso in umido e delle boghe fritte o arrosto, accompagnati dalla frittura di cavolfiore e degli struffoli o  cartedhate (oggi sostituiti dalle zeppole di pasticceria). per fine pasto sono serviti i finocchi crudi.

alla fine della rappresentazione quando ogni santo /comparsa torna a casa sua, riceve come ricompensa oltre al cibo del rito stesso, anche una forma di pane casareccio, una grossa arancia e una bottiglia di vino.  il pane è del tipo a ciambellone, del peso di 5 – 6 chili e una volta a casa del santo viene affettato e distribuito tra parenti e amici come pane benedetto. l’assaggio dei piatti invece avviene nell’ordine preciso in cui sono stati disposti mentre il pranzo vero e proprio avviene a fine cerimonia.

 

tavola di san giuseppe
tavola di san Giuseppe*

parallelamente al menù completo, si cucina altra minestra di pasta e cavoli o pasta e ceci  in grandissima quantità. una volta preparata la si conserva in specifici recipienti di terracotta e la si lascia riposare fino a che non viene distribuita alle persone che verranno a chiederla.

Diffusissimo in tutto il sud Italia questo rito legato a San Giuseppe: un esempio per tutti è quello di San Giuseppe Jato in Sicilia, dove appunto si celebra il Santo tramite ricche tavolate dette “virginieddi” con il classico menù rituale: pasta con lenticchie, baccalà fritto o sarde, arance per frutta. questi piatti sono poi consumati da 3 poverelli, vestiti come la Sacra Famiglia, e da quanti vogliono partecipare alla cena per devozione.

In ogni caso l’alimento principale della festa di San Giuseppe in tutta Italia è la frittura sia dolce che salata: frittelle a Roma, zeppole a Napoli, sfinci a Palermo, l’importante è che siano deliziosi bocconi fritti in abbondante olio d’oliva oppure come da tradizione nella sugna o strutto.

Altre tradizioni folkloristiche italiane sono legate al nome e alla figura di San Giuseppe come i fuochi che la sera avanti al 19 marzo sono allestiti nelle piazze dei paesi, detti appunto falò di San Giuseppe, ai quali si associava un tempo la riuscita dei raccolti agricoli.

Il 19 marzo a Napoli  ha sempre coinciso con l’arrivo della primavera: per le strade di città si allestivano un tempo veri e propri mercatini dove si vendevano per tradizione fiori e uccellini, soprattutto canarini e  pulcini. La statua del santo veniva decorata con offerte floreali, il cui mercato era proprio un tempo davanti all’ingresso del porto, nel fossato del Maschio Angioino; inoltre in omaggio al mestiere del Santo – falegname – nel centro di Napoli da via Foria a piazza Nicola Amore si concentravano le bancarelle che vendevano giocattoli in legno. Verso via Medina invece c’era il mercato dei canarini e dei pulcini: non è difficile immaginare la folla di bimbi e rispettivi genitori che festeggiava per le vie del centro il nome di San Giuseppe con un giocattolino in legno o un piccolo pulcino tra le mani; ancora oggi queste usanze partenopee le ricordano con affetto e nostalgia coloro che sono nati nel secondo dopoguerra.

 

…e le vostre tradizioni legate al 19 marzo e a San Giuseppe quali sono?

*(credit photo: wikipedia)

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