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Risotto al radicchio e Ca’ d’Maté

risotto radicchio Ca' d' Maté

Voglia di piatti sani, di piatti fatti con ingredienti buoni e della terra. E’ il caso di questo risotto al radicchio e Ca’ d’Maté, targato 100% made in Ossola. Risotto ricco di gusto, ma allo stesso tempo semplice.

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Un risotto fatto di Ossola

Un risotto in onore delle terra in cui vivo, che ci regala prodotti di nicchia eccezionali. Uno di questi è il vino rosso Ca’ d’Maté, prodotto in Ossola con le migliori uve di Nebbiolo, di Croatina e di Prunent di tutta la valle. Il vino prende il nome dall’antica cantina in cui viene effettuato l’invecchiamento. Il colore è rosso rubino con riflessi viola. Profumo fruttato, frutta a bacca rossa. In bocca asciutto, sapido, pieno, caldo e strutturato con leggeri tannini.

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Vino e pesto, cosa abbinare?

pesto piatto

Il pesto, vanto della cucina italiana è un’antica e famosa salsa ligure a base di basilico, aglio, formaggio Pecorino e/o Parmigiano Reggiano, pinoli e olio extravergine d’oliva. Per preparare questo profumato condimento, simbolo del mangiar bene mediterraneo, tutti gli ingredienti devono essere messi in un mortaio e, con un pestello di legno, ridotti a una morbida crema verde.

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Vino rosso e pesce, abbinamento possibile

vino rosso con pesce

Con il pesce si beve il vino bianco, lo dicono tutti. Questo sacro abbinamento, che da sempre ci viene propagandato come “intoccabile” in realtà non è affatto la verità assoluta. Vediamo perché si possono abbinare vino rosso e pesce. (altro…)

Vino, zampone e cotechino, i Re di Capodanno

cotechino e òlenticchie

Lo zampone e il cotechino sono gli insaccati da cuocere più famosi. Conosciuti in tutto il mondo, queste specialità provengono soprattutto dal centro italia e più precisamente dalle zone limitrofe alla provincia di Modena.
In questo periodo di feste lo zampone e il cotechino sono un classico piatto che non manca mai sulle tavole degli italiani, lessati, tagliati a fette e serviti con lenticchie stufate.

Il vino “da zampone” e “da cotechino”

Assaggiando un boccone di zampone, oltre al suo ottimo sapore quali sono le sensazioni ce percepiamo in bocca? Sicuramente untuosità e grassezza, con una punta di speziatura.
Il vino da abbinare allo zampone deve, quindi, tenere conto di questa alta percentuale di note grasse. Serve un vino “sgrassante”, ovvero un vino che abbia una buona acidità, ma che allo stesso tempo sia un vino corposo, per poter essere all’altezza dello zampone. Parliamo di vini rossi allora, per la precisione vini rossi giovani, e con qualche bollicina, dai profumi semplici, che ricordano l’uva appena spremuta, i frutti di bosco, il lampone, la fragola e la ciliegia. Vini che in bocca sprigionano la loro giovinezza attaverso l’acidità e la loro poca alcolicità.

Lambrusco: vino ideale

Il Lambrusco è un vino profumato, estremamente digeribile perché poco alcolico, piacevole senza mai essere troppo impegnativo, è un vino che di beve senza problemi.

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro

Prodotto col vitigno omonimo, il Grasparossa di Castelvetro è un Lambrusco rosso rubino intenso, con riflessi violacei e schiuma della stessa tonalità. Il suo profumo è vinoso, in bocca rivela un piacevole retrogusto amarognolo. Tra i Lamrusco Doc di Modena, è il più corposo.

Lambrusco Salamino di Santa Croce

Ha origine dai terreni del Carpigiano a nord-ovest di Modena. Il Lambrusco di Salamino di Santa  Croce, che deve il nome all’omonima frazione di Carpi, ha un colore rosso rubino carico con schiuma violacea. Il profumo è fresco di frutta rossa, fine, persistente e in bocca il gusto è piacevolmente acidulo.

Lambrusco di Sorbara

Si ricava dall’omonimo vitigno. E’ il più chiaro tra le tre varietà e tra i migliori per accompagnare lo zampone e il cotechino. Il Lambrusco di Sorbara ha colore rosso rubino chiaro con schiuma rosata. I profumi sono pronunciati di violetta e in bocca il sapore è delicato e acidulo, leggermente aromatico.

Altri vini per zampone e cotechino

La tradizione vuole che i cibi tipici di una zona vengano abbinati a vini dello stesso territorio. Nel nostro caso, esistono vini al di fuori della provincia di Modena e dell’Emilia Romagna che si abbinano perfettamente a zampone e cotechino.
Per esempio, il Gutturnio dei Colli Piacentini, prodotto da uve Barbera e uve Croatina, il cui colore si presenta nel bicchiere rosso rubino e con i suoi profumi di frutti rossi, di fragola e di mora. In bocca il gusto è leggero, fresco e piacevolmente tannico, perfetto per lo zampone e cotechino.
Anche un Rosso di Montefalco, vino umbro prodotto nei dintorni di Perugia, grazie alla sua persistenza aromatica, al suo profumo che ricorda la frutta matura e al gusto pieno che si fa sentire in bocca è tra i candidati per l’abbinamento con zampone e cotechino.
Un’altro vino è il Barbera d’Alba, un vino rosso piemontese ottenuto da sole uve Barbera in vari comuni della provincia di Cuneo. La sua caratteristica principale, quella che lo rende adatto a zampone e cotechino, è l’elegante tannicità, unita a al sapore pieno e abbastanza fresco. I suoi profumi ricordano la frutta rossa, in particolare la ciliegia e la prugna.
In Piemonte viene prodotto un altro vino adatto a zampone e cotechino, stiamo parlando della Freisa delle Langhe. Questo vino rosso si presenta nel bicchiere di colore rosso rubino chiaro, i suoi profumi ricordano il melograno e il lampone. In bocca è la sua fresca e piacevole tannicità a fare da padrona.
Anche la Bonarda dell’Oltrepo Pavese si sposa bene con lo zampone e il cotechino. Originaria della Lombardia e prodotta con uve Croatina, che in zona viene chiamata, appunto Bonarda, ha un colore rosso rubino quasi viola. Il sapore è fresco e i suoi tannini legano un po’ la bocca.
Ultimo, ma non ultimo, propongo un vino rosso altoatesino, la Schiava dell’Alto Adige. Il suo colore si presenta rosso rubino chiaro e i suoi profumi sono molto intensi e ricordano i frutti di bosco. In bocca spiccano sentori che ricordano la mandorla.

Fonti: cotechino.it, modenaigp.it, ais.it.

Photo Credits:
flickr.com/photos/fatanera/2320531459, flickr.com/photos/fagottino2002/4308220341.

Speciale Natale: quale Spumante stappate?

Speciale Natale: abbinare vino, pandoro e panettone

panettone e vino

Il nostro Paese è molto ricco di dolci tradizionali per le feste natalizie. Ogni regione ne ha almeno uno, con una storia e delle caratteristiche speciali. Solo alcuni hanno saputo imporsi in tutta Italia come simboli del Natale. Il Panettone milanese con le sue varianti moderne, e il Pandoro veronese. Ognuno di questi dolci ha un gusto particolare che si esalta solo  abbinandolo con certi tipi di vini. Ecco il mio Speciale Natale: abbinare vino, Pandoro e Panettone.

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Il Panettone

Le due leggende sul Panettone

Anche se oggi si mangia in tutta Italia, il Panettone è tradizionalmente legato alla Lombardia. Sappiamo che in questa regione era già diffuso intorno al 1500 ma le sue origini sono avvolte dalla leggenda. Ci sono diverse tesi sulla sua nascita ma le più diffuse sono due.
La prima narra che alla Vigilia di Natale alla corte del Signore di Milano Ludovico il Moro era stato preparato un grandissimo banchetto che doveva concludersi con un dolce strepitoso. Al momento si sfornarlo, però, il cuoco si accorse che era bruciato: si scatenò il panico. Un garzone di cucina, che si chiamava Toni, propose di servire una torta che aveva preparato per sé usando gli avanzi di burro e frutta candita del dolce principale e altri ingredienti che erano a disposizione in cucina, come zucchero e farina. Si trattava si un semplice “pane dolce” ma, ma dato che non c’era nient’altro, fu servito agli invitati. Incantati dal suo profumo e dal gusto delicato, gli ospiti chiesero chi lo aveva fatto e come si chiamava. Toni si fece avanti confessando che non aveva ancora scelto un nome. Ludovico il Moro allora decise di chiamare il nuovo dolce “Pan di Toni” e con questo nome, in seguito abbreviato in Panettone, è rimasto noto nei secoli.
La seconda, più romantica, attribuisce l’idea di arricchire il pane con uva sultanina, burro, canditi, tuorlo d’uovo e zucchero al nobile Ughetto degli Atellani. Il nobile si era innamorato di una bella fornaia e aveva deciso di fingersi un garzone per farsi assumere nel negozio. Inventò così il dolce per fare colpo sull’amata, facendo la fortuna del panificio. Come in ogni fiaba che si rispetti, i due si sposarono e vissero felici e contenti e il Panettone, chiamato così, semplicemente perché era una grossa forma di pane, continuò a essere prodotto nel secoli.

Vino e Panettone

Il vino per il Panettone deve essere dolce, profumato e con un gusto delicato che non sovrasti le varie sfumature di sapore date dagli ingredienti del Panettone. Tradizionalmente si beve il Moscato d’Asti, un vino bianco piemontese Docg. Cosa significa Docg? Significa che questo vino può essere prodotto solo in un territorio ben determinato e che ha un’importante tradizione storica. Si produce con l’uva Moscato Bianco, di cui mantiene il profumo particolare: per questo viene definito un vino aromatico. Ha un sapore fresco e delicato e va servito a una temperatura di 8°C.
Una buona alternativa è L’Erbaluce di Caluso Passito, prodotto in vari comuni nelle province di Torino, Biella e Vercelli con il vitigno Erbaluce. E’ un vino passito, cioè ottenuto da uve passite che perdono acqua e prendono un sapore più dolce e pieno. Ha un colore giallo intenso, che ricorda quello dell’ambra, e un profumo delicato. Il sapore è armonico, equilibrato e piacevole. Si serve a circa 10°C.

Il Pandoro

Origini del Pandoro

La cosa più probabile è che derivi da un dolce veronese a forma di stella, detto “nadalin”, che alla fine dell’800, veniva preparato in occasione delle feste natalizie. In quel periodo a Verona lavoravano molti pasticceri austriaci, considerati tra i migliori d’Europa, dato che Verona aveva fatto parte dell’Impero Austriaco. Questo spiega la somiglianza tra l’impasto del Pandoro e il “pane di Vienna”, una variante austriaca della pasta brioche francese, basata su ingredienti semplici ma molto lunga e complessa da preparare, con quattro fasi di lievitazione dell’impasto.
Il nome Pandoro deriverebbe dal colore giallo intenso della pasta, dovuto alla presenza di molte uova.
Un’ altra origine sembra derivare dalla Repubblica Veneta del Rinascimento, quando le famiglie nobili mangiavano un dolce chiamato “pan de oro” perché era ricoperto di sottili foglie di oro zecchino.

Vino e Pandoro

Il Pandoro, si sa, è fatto con tanto burro e tuorli d’uovo, quindi il vino dovrebbe essere più corposo di quello abbinato al Panettone, un vino dal profumo e dal gusto intensi, che possano sgrassare la bocca.
E’ molto adatto un Recioto di Soave, un vino bianco Docg veneto prodotto in vari comuni in provincia di Verona. Deve il suo nome alla sua produzione particolare che inizia con la selezione delle parti superiori dei grappoli, dette “recie”, che sono più mature e ricche di zuccheri. Le recie si fanno appassire su graticci per circa tre mesi e poi si prepara il vino. L’uva utilizzata è la Garganega. Il Recioto ha un colore giallo dorato intenso, un profumo che ricorda i fiori e il miele e un gusto pieno con note di mandorla. Si serve a una temperatura di circa 10°C.
Anche il Brachetto d’Acqui prodotto in vari comuni in provincia di Asti e Alessandria, o il Piemonte Brachetto che si fa anche nella provincia di Cuneo, si sposano molto bene con il Pandoro. Sono vini aromatici, cioè che prendono il profumo caratteristico dell’uva con cui sono fatti, e hanno un colore rosso rubino non molto intenso.
Al naso il Brachetto d’Acqui ricorda la rosa e i fiori appassiti, mentre il Piemonte Brachetto ha un delicato profumo simile a quello del muschio. Il gusto è dolce e morbido, con note di frutta rossa e fiori. Entrambi i vini si servono a una temperatura di 10°C.

Panettone e Pandoro farciti: che vino abbinare?

Dalle ricette tradizionali del Panettone e del Pandoro, nel tempo, sono state sviluppate molte varianti. Una delle più diffuse prevede di farcirlo con crema pasticcera o di crema al cioccolato.
I vini da abbinare dovranno avere caratteristiche di corposità, di freschezza, di spiccata dolcezza e grado alcolico consistente. Il tutto per ammortizzare e in qualche modo smorzare l’estrema dolcezza e l’estrema grassezza dei dolci farciti.

Vino per la farcitura alla crema

Per la farcitura alla crema, un abbinamento perfetto sarebbe con l’Albana di Romagna Passito, un vino Docg che viene prodotto in diversi comuni in provincia di Bologna, Forlì e Ravenna. Ha un colore giallo molto intenso simile a quello dell’oro e un profumo che ricorda la frutta e i fiori, in particolare la pesca, i fiori d’acacia e la vaniglia. Il gusto è morbido e leggermente speziato. Si serve circa a 10°C.
Un altro vino adatto è la Malvasia delle Lipari, un vino Doc siciliano ottenuto da almeno il 95% di Malvasia, un’uva che dà al vino il suo intenso profumo caratteristico ed è quindi chiamata aromatica. La Malvasia delle Lipari ha un colore giallo scuro e un gusto che ricorda il miele e la frutta, in particolare l’albicocca. Va bevuta a una temperatura di circa 10°.

Vino per la farcitura al cioccolato

Un’altra variante del Panettone e del Pandoro è quella del cioccolato, che viene usato come farcitura o come glassa. Il gusto dolce-amaro del cioccolato richiede vini dal sapore e dal profumo intenso. Un abbinamento ideale è quello con il Marsala Vergine Superiore, coni suoi profumi e sapori molto ricchi e che rimangono in bocca a lungo. Il Marsala esalta il gusto del cioccolato e pulisce la bocca dalla grassezza del dolce.
Un altro vino ideale per il cioccolato è il Recioto della Valpolicella, che ha un colore scuro e un profumo e un sapore intensi che ricordano la frutta, in particolare le ciliegie, con note di cioccolato. Si serve a una temperatura di 12-15°C.

 Vi lascio la ricetta del Pandoro fatto in casa

La ricetta che ho trovato è davvero semplice. Certo la preparazione del pandoro richiede tempo e pazienza, ma vi assicuro che è un gioco da ragazzi. Vi consiglio di iniziare i lavori il giorno prima, perché la lievitazione sarà piuttosto lunga. Io di solito comincio la mattina alle 9,00, in modo tale da poterlo cuocere la mattina seguente. Altra nota: io la teglia da pandoro non l’ho trovata, nel compenso ho usato due forme da budino. Così con la dose di un pandoro normale, ne ho sfornati due più piccoli. Vi assicuro che sono meglio, perché il pandoro, essendo fresco, diventerebbe duro dopo 2-3 giorni, invece così si riesce a terminarlo tranquillamente (altrimenti come me ci fate un bel tiramisù).

Ingredienti:

  • 500 g di farina
  • 180 g di burro
  • 25 g di lievito di birra
  • 135 g di zucchero
  • 4 uova
  • 1 cucchiaino di sale
  • 100 ml di panna fresca
  • 1 bustina di vanillina
  • zucchero a velo q.b.

Procedimento:

Prima lavorazione:

Sciogliete ¾ del lievito in una tazzina di acqua tiepida. In un recipiente abbastanza capiente unite 50 g di farina, 10 g di zucchero, 1 tuorlo ed il lievito sciolto. Ottenuto un composto omogeneo dall’aspetto abbastanza liquido, coprite con un telo e lasciate lievitare per circa un’ora, fino ad avere un composto raddoppiato rispetto al volume iniziale.

Seconda lavorazione:

Sciogliete il lievito rimanente in mezza tazzina d’acqua tiepida. Al composto lievitato, aggiungete 200 g di farina, 25 g di zucchero, 1 uovo intero ed il lievito sciolto. Impastate bene fino ad ottenere un composto omogeneo e questa volta pastoso, al quale aggiungete 30 g di burro. Continuate a lavorare ed ottenete un impasto dalla forma sferica. Ponetelo nel recipiente e lasciatelo lievitare per circa un’ora, fino ad ottenere ancora il doppio del volume del vostro impasto.

Terza lavorazione:

All’impasto lievitato, aggiungete 200 g di farina, 100 g di zucchero, 2 uova intere ed 1 cucchiaino di sale. Impastate ancora il tutto e lasciate lievitare 2 ore.

Quarta lavorazione:

Aggiungete 100 ml di panna fresca ed una bustina di vanillina. Impastate  aiutandovi con una manciata di farina (io ne uso di più) e lasciate lievitare un’ora, metà della quale nel frigorifero, dopo aver avvolto l’impasto in un telo.

Quinta lavorazione:

Prendete il vostro impasto e ponetelo su un piano infarinato e stendetelo con il mattarello. Al centro disponete 150 g di burro freddo schiacciato, dopo di che intrappolatelo con i lati dell’impasto come se fosse un portafoglio. Con il mattarello stendete piano, senza far fuoriuscire il burro, questo bel portafoglio e ripiegatelo su se stesso in tre parti. Stendete ancora e ancora piegatelo in tre. Stendete un’ultima volta, poi portate le estremità verso il centro, in modo da dare all’impasto una forma sferica. Se avete uno stampo da pandoro, imburratelo, infarinatelo e ponetevi dentro l’impasto.

Se invece, come me, vi arrangiate con stampi da budino, state attenti alle proporzioni ed a suddividere l’impasto in parti uguali, tante quanti sono gli stampi di cui vi servite, prima ancora di iniziare la quinta lavorazione, alla quale provvederete singolarmente per ogni parte dell’impasto, commisurando anche le dosi del burro.
A questo punto, disposti gli impasti sferici negli stampi, lasciate lievitare fin quando si saranno raggiunti i bordi: ci vorranno parecchie ore.

Fase finale:

Quando l’impasto sarà lievitato sino a raggiungere i bordi dello stampo, ponetelo in forno preriscaldato a 170°. Dopo 10 minuti, abbassate la temperatura a 160° e cuocete per 30 minuti circa, controllando con uno stuzzicadenti la cottura. Quando lo stuzzicadenti uscirà completamente asciutto, il vostro pandoro sarà pronto. Estraetelo dal forno e lasciate raffreddare. Una volta raffreddato, rovesciate lo stampo e spolverate con zucchero a velo.

 

Photo Courtesy: businesspeople.it

Fonti: private, Ais (Associazione italiana Sommeliers)

 

Oca e Val D’Oca: evento imperdibile in Valdobbiadene

Oca e Val D'Oca scritta

Stiamo parlando del vino più imitato in Italia e nel Mondo. 42 sono i milioni di bottiglie prodotte nella sola zona di denominazione d’origine.
Chiese e castelli, piccole valli percorse da fiumi che si immergono nella vegetazione, osterie e trattorie segnano le tappe di un percorso lungo una cinquantina di chilometri che parte da Conegliano e arriva a Valdobbiadene, attraversando paesi nei quali tutte le occasioni sono buone per celebrare il Prosecco e la sua sfumata aromaticità, come testimoniano le numerose sagre e mostre organizzate nell’arco dell’anno.

Novembre: il mese dell’Oca

val DìOca stemmaNon prendete impegni per il week-end, perché  le Cantine Val D’Oca, realtà vitivinicola di altissimo livello nei pressi di Valdobbiadene, organizzano, dopo il grande successo, anzi grandissimo dell’anno passato, l’evento “Oca e Val D’Oca”, presso il Wine Center “Val D’Oca & Sapori” in Via San Giovanni 45, percorso a tema divinamente realizzato da mani sapienti, che riusciranno ad abbinare gustosi e raffinati piatti a base d’oca con le migliori bollicine Val D’Oca. Dal Vino Spumante Rosato Brut Millesimato, passando per il Val D’Oca Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut, fino ad arrivare al Val D’Oca Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Extra Dry Millesimato e all’indimenticabile Val D’Oca Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG Dry.
Assolutamente una giornata da non lasciarsi scappare, per appassionati e golosi. Curiosi e amanti del bere bene e del buon cibo di qualità.
Cosa aspettate?

Il menù sarà maestralmente realizzato dallo Chef Germano Pontoni, da anni specializzato nella realizzazione di pietanze uniche e indimenticabili.

Il menù “Oca e Val D’Oca”

Con molto piacere, abbiamo l’onore di avere in anteprima il menù di questa kermesse unica nel suo genere:

Fuoripasto

PETTO D’OCA AFFUMICATO SU CROSTINI TOSTATI E BURRO DI LATTEIA
TORCIONE DI FEGATO GRASSO E CREMA DI CIPOLLA AGRODOLCE DI CAVASSO
Val D’Oca Vino Spumante Rosato Brut Millesimato 2012 “Punto Rosa”
Splendente nel bicchiere, ottenuto da Pinot Grigio e Pinot Nero in minor quantità, vino dal gusto netto, semplice e diretto. Al naso geranio e fragoline. Perfetto e sapiente l’abbinamento  con la cipolla.

Antipasto

PROSCIUTTO COTTO D’OCA CON PUREA DI MELA GOLDEN E RAFANO
Val D’Oca Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut “Rive di san Pietro di Barbozza”
Non poteva che essere lui in abbinamento al prosciutto cotto d’oca; i suoi toni minerali e la sua freschezza sono gli unici in grado di reggere il confronto. I frutti gialli dominano al naso. Energico e brillante.

Primi piatti

CREMA DI ZUCCA CON SPEK D’OCA
ORZOTTO CON RAGU’ D’OCA
Val D’Oca Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Extra Dry “Millesimato 2012″
La mela e la pera si fanno sentire subito frizzanti tra il perlage fine di questo quadro disegnato con sapiente morbidezza e grande freschezza. Di grande classe, degno di smoking per questa giornata.

Secondo piatto

COSCIA D’OCA LESSA E MOSTARDA DI FIGO MORO DI CANEVA
Patate Duchessa e Finocchi al tegame
Produttori di Manduria “Primitivo di Manduria Lirica” 2010
Il suo color rosso rubino rispecchia i frutti di bosco e le spezie che emergono al naso. Il sorso non può che essere avvolgente e fresco per portare a braccetto un piatto di struttura. Finale lungo su cui poter meditare.

Dessert

CRESPELLE DOLCI DI FRUTTA AUTUNNALE SU CREMA DI YOGHURT BIANCO
Val D’Oca Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG Dry
Una perla in fondo al mare. Un’esplosione di delicatezza e carattere abboccato solo al primo sorso, poi pesca e albicocca, frutti gialli che dominano la piacevolezza e la coerenza di un vino degno del suo nome. Unico al mondo. Il primo della classe.

 

La Cantina Produttori di Valdobbiadene – Val d’Oca è stata fondata nel 1952 da un gruppo di viticoltori che unirono le forze per affrontare la crisi del dopoguerra. Situata a Valdobbiadene, nella splendida zona collinare ai piedi delle Prealpi Trevigiane, lungo il fiume Piave e non lontana da Asolo, l’ azienda con 580 soci e oltre 700 ettari di vigne produce circa 10 milioni di bottiglie annue. La Cantina Produttori di Valdobbiadene – Val d’Oca rappresenta una realtà di primaria importanza e un punto di riferimento fondamentale per tutto il settore vitivinicolo della zona. Il suo operato infatti si basa sul continuo e capillare lavoro di informazione e coinvolgimento nei confronti dei soci viticoltori all’insegna della massima qualità per ottenere un prodotto sempre più prestigioso. 

Val d’Oca vi accoglierà presso il nuovissimo wine shop Val D’Oca & Sapori, con i seguenti orari:

Orari di apertura:
lun-ven: 8.00-12.00 15.00-19.00
sab: 8.00-12.00 14.00-18.00
dom: su appuntamento (anche comitive)Per rimanere informati sulle attività:
http://www.facebook.com/valdoca/

Info e dettagli “Oca e Val D’Oca”

L’incontro inizierà alle ore 12:00 di domenica 17 novembre 2013
La quota di adesione è di 35 euro a persona.
Potrai prenotare fino ad esaurimento posti entro il 13 Novembre 2013 !
Per info e adesioni scrivi a e-commerce@valdoca.com

 

Photo Courtesy: euposia.it, eventiesagre.it, valdoca.com

 

Vino novello 2013: dal 30 ottobre sul mercato

novello macchia

Il vino novello  è arrivato. Dal 30 ottobre 2013 è possibile trovarlo sul mercato. Il 2013 è stato un anno particolarmente caldo che ha influito sulla maturazione delle uve e sulla loro conseguente vendemmia. Infatti è come l’anno scorso: la Coldiretti ha deciso di anticipare di qualche giorno la commercializzazione di questo vino che si produce e si consuma con sempre più successo.

Evviva il novello

La novità sicuramente non renderà felici i grandi degustatori, che da sempre, snobbano il vino novello, considerandolo quasi ” un vinello” troppo costruito, troppo finto, troppo tecnologico, di troppa facile beva e magari di troppi facili guadagni per chi lo produce. Per il suo contenuto alcolico, questo vino, infatti ha una durata breve con dei profumi vinosi ma non duraturi. Esso infatti tende ad esaurirsi entro un anno. Il consiglio è quello di consumarlo preferibilmente entro 6-12 mesi.

In vendita 4 milioni di bottiglie di novello

Via libera allora alla vendita di circa 4 milioni di bottiglie di vino novello, nonostante il calo produttivo del 30%. Dominano il panorama vinicolo il Veneto, la Toscana, il Trentino Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia, l’Emilia Romagna e la Sardegna, che insieme realizzano il 70% della produzione nazionale. Attualmente le doc  che prevedono la tipologia novello sono circa 60, mentre altre 160 sono igp.

novello

Il vino novello nel bicchiere

Il vino novello ha dei profumi tipici di frutta rossa e fiori freschi, deve avere una gradazione inferiore agli 11 gradi, va servito fresco ed è il compagno ideale per un pasto semplice. La tradizione impone l’abbinamento vino cibo con il prodotto principe della stagione, le caldarroste, ma ci si può sbizzarrire con abbinamenti più particolari, come con antipasti a base di salumi e formaggi (il tipico tagliere), ma anche con primi piattiarrostie selvaggina.

Qualche nota sul novello

Per capire perché il vino novello assume queste sfumature vinose molto gradevoli, da renderlo bevibile in così poco tempo, è necessario sapere che esso nasce da una vinificazione particolare, definita “macerazione carbonica“. L’uva anziché essere pigiata, viene vinificata intera all’interno di serbatoi ermetici in cui, tolta l’aria e sostituita dalla anidride carbonica, macera (da qui il nome) per una decina di giorni. La vinificazione in questo ambiente particolare, determina l’estrazione di quegli aromi floreali di rosa e fruttati di fragola che sono caratteristici del vino, rendendolo già pronto e gradevole all’atto della svinatura.

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Phot0Credits: flickr.com/photos/jmorenocobo/2959503288, photos/un_barcelones/131623988.

Fonti: Confcommercio, Ais Piemonte, fonti private.

Vini rossi frizzanti: bollicine in rosso

vino rosso frizzante

I vini rossi frizzanti italiani possono essere fonte inesauribile di sorprese e di piaceri. Il fenomeno che si è creato negli ultimi anni è inspiegabile. Si percepisce esitazione tra le persone che apprezzano questo vino, quasi fosse un peccato.

I vini rossi frizzanti a tavola

Tutti, o quasi, sono d’accordo nel considerare le bollicine come qualcosa di nobile quando si sprigionano da un vino bianco. Per qualche strano motivo invece, sembra quasi che, quando scoppiettano le bollicine di un vino rosso, agli occhi di certi esperti o “cultori” del vino, diventi una cosa un po’ sconveniente.  Eppure, a differenza di molti vini, quelli rossi frizzanti sono molto amichevoli nei confronti del cibo. Grazie all’effervescenza che sgrassa il palato e libera la bocca dai sapori precedenti, si possono abbinare una grande varietà di preparazioni facendoli diventare ”vini da tutto pasto“. Proprio per l’efficacia con cui bilanciano grasso e untuosità dei cibi, i rossi vivaci sono tradizionalmente  considerati i compagni di mensa ideali di molti gustosi piatti tipici regionali, a partire dallo zampone con lenticchie, quindi insaccati stagionati e freschi, fino ad arrivare alla famosa cassoela milanese, o ad una semplice frittata. Oppure anche le preparazioni piccanti, come una pasta all’arrabbiata, o ancora l’onnipresente pizza, per la quale molti ripiegano sulla birra, più che altro per la difficoltà di trovare un vino che la sappia valorizzare. Ecco che al centro sud compaiono anche piatti di pesce, come zuppe a base di pomodoro e crostacei. Insomma i vini rossi frizzanti sono ottimi, semplici e gradevoli, e dovremmo portarli a tavola più spesso.

Vini rossi frizzanti: Oltrepo’ Pavese

bicchieri vinoNon è affatto casuale che le due più importanti zone di produzione di vini rossi frizzanti doc siano l’Oltrepo’ Pavese e l’Emilia. Aree vicine tra loro e caratterizzate da estati molto calde e inverni altrettanto rigidi. Infatti capitava con grande frequenza che a fine autunno la temperatura delle cantine scendesse a temperature troppo basse, così la fermentazione si interrompeva prima che tutto lo zucchero fosse stato trasformato in alcol. A fine inverno, di solito, con la luna di marzo, il vino veniva imbottigliato e legato con dello spago intorno al tappo. Quando la temperatura cominciava a risalire, il vino ricominciava a fermentare nella bottiglia, più o meno come succede per gli spumanti Metodo Classico. Solo che il risultato finale di questa rifermentazione spontanea era assai poco prevedibile.

Oggi i vini rossi frizzanti vengono prodotti esattamente con gli stessi metodi che si usano per i bianchi con le bollicine.  Per la maggiorparte vengono fatti rifermentare in grandi recipenti d’acciaio. Una delle conseguenze di questa applicazione è che al giorno d’oggi è possibile produrre questi vini ovunque.

Vini rossi frizzanti: Lambrusco

Grande protagonista delle bollicine in rosso è il Lambrusco, che è stato a lungo il vino più esportato in assoluto. Negli Stati Uniti, dopo un periodo di stasi, è ricominciata la sua scalata al successo. In Spagna Lambrusco è quasi sinonimo di vino italiano. A Modena si producono il Lambrusco di Sorbara, il Lambrusco Salamino di Santa Croce, ilLambrusco Grasparossa di Castelvetro, il Lambrusco di Modena, e si può tranquillamente affermare che Modena è il territorio dei Lambrusco dop. Caratterizzati da spuma persistente, profumo vinoso con note di frutti rossi, mela e spezie. In bocca risulta fresco e balsamico, equilibrato e persistente.

Bollicine in rosso

Altro importante vino rosso frizzante è il Bonarda Oltrepo’ Pavese, il cui Consorzio di Tutela sta cercando di stabilizzarne il nome al maschile. Questo vino prodotto in un lembo di Lombardia, è prodotto con uva Croatina, ha una spuma intensa, profumi di frutti di bosco, liquirizia e sentori vegetali. In bocca è leggermente astringente ma piacevolmente equilibrato nel finale.

Altri vini meritano di essere menzionati,  la Barbera Frizzante dei Colli Piacentini, caratterizzata da spuma morbida, note di amarena e spezie e molto persistente in bocca. Oppure il Brachetto doc del Piemonte, ottimo compagno dei giorni di festa e dei dolci in particolare, con note di fragola e amarene sotto spirito e dal gusto dolcissimo e morbido. Ultimo e forse meno conosciuto il Rosso Frizzante della Penisola Sorrentina  nei pressi di Gragnano in provincia di Napoli, che si differenzia per la sua spuma fine e per le sue note caratteristiche di mandorla e fiori, ottimo ed equilibrato al palato.

 

Articolo scritto da me per “Ginger and Tomato” della testata Isay Blog. Tutti i diritti sono riservati.

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Castagne e vino: abbinamento perfetto

castagne

L’ autunno è arrivato e si fa sentire. La temperatura si è abbassata ma ci pensano vino e castagne a riscaldare gli animi. Sui colli e in campagna i colori delle foglie ci regalano paesaggi incantevoli. Nei vigneti si procede senza sosta alla raccolta delle uve e alla loro pigiatura. Si sta per avvicinare la popolare ed amata festa di S.Martino, quando il vino fermenterà nelle botti e la gente scenderà in strada per assaggiarlo insieme ad un bel cartoccio di castagne arrostite.

Articolo scritto da me e pubblicato su “Ginger and Tomato”, testata Isay Blog. Ogni diritto è riservato.

Perché castagne e vino?

Il vino e le castagne costituivano in passato il nutrimento abituale della gente comune, attribuibile in parte alla facile reperibilità e al loro alto potere energetico. Oggi ci siamo lasciati alle spalle tutto ciò, ma guardiamo questo frutto dedicandogli l’attenzione che si dà a un alimento invitante, che procura piacere a tavola, soprattutto se abbinato al vino. Vino che non può essere che rosso, per via del suo contenuto elevato di tannini, sostanze praticamente assenti nei vini bianchi, che mitiga la succulenta pastosità tipica della castagna.

Abbinamento vino e caldarroste

caldarrosteUno degli abbinamenti più conosciuti, il classico per eccellenza è quello tra vino e caldarroste, che è possibile trovare praticamente ogni fine settimana di ottobre e novembre in quasi tutte le piazze d’Italia. Le caldarroste hanno la particolarità di essere cotte sulla brace nell’apposita padella bucherellata e per questo assumono un retrogusto amarognolo. I vini da abbinare devono essere giovani, meglio se si tratta di vini novelli, ancora meglio se leggermente frizzanti per sgrassare la bocca. Esempi classici tra i vini italiani sono il Lambrusco di Sorbara, il Sangue di Giuda, il Barbera del Monferrato, la Bonarda, e molti altri vini rossi frizzanti.

Abbinamento vino e piatti con castagne

Le castagne possono essere anche bollite in acqua salata e mangiate al momento, oppure setacciate sotto forma di purea o rese farina per la preparazione di gnocchi o paste fresche. Possono anche fare da ripieno a carni di maiale o polpettoni con carni bianche o di vitello. I vini da abbinare in questo caso devono essere più consistenti e di corpo, per reggere la struttura piuttosto importante dei piatti. Per esempio vanno abbinati vini come il Teroldego Rotaliano, l’Aglianico del Vulture o il Dolcetto di Dogliani; ma anche molti altri potrebbero reggere la sfida.

Abbinamento vino e dessert a base di castagne

castagnaccioL’abbinamento vino e castagne riguarda anche il momento del dessert, in cui la scelta è piuttosto varia: frittelle, castagnacciomarroni canditi oppure i classici marrons glacés, possono essere solo alcune delle preparazioni dolci presenti sul nostro territorio. L’aggiunta di zucchero in questi dessert, rende talmente evidente la componente dolce, che l’abbinamento a vini dolci è scontato. Devono però essere piuttosto strutturati, caratterizzati dalla stessa quantità zuccherina. Esempi dell’enologia italiana sono il Passito di Pantelleria,  il Refrontolo Passitol’Aleatico dell’Elba e tanti altri.

E’ autunno, ci sono tanti funghi porcini, sapete a che vino abbinarli? No? Andate a leggere il mio articolo: Funghi Porcini e vino: coppia perfetta.

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flickr.com/photos/circolodarti/5044857275, flickr.com/photos/ulteriorepicure/505825213.

Blanc de Morgex et de La Salle: vino bianco sul tetto d’Europa

blanc de morgex et de la salle

Un luogo magico quello dove andare a scovare il Blanc de Morgex et de La Salle, favoloso vino bianco valdostano che porta i nomi dei due comuni della Valle d’Aosta nei quali può essere prodotto. Inoltrandosi verso il fondovalle, attraverso gole e gallerie, specialmente quando la valle si restringe tra boschi di abeti e rocce a picco, ci si chiede: ” Ma le vigne esistono davvero?”. Ecco che appaiono all’improvviso. I piccoli filari partono dal fondovalle, che sta a 1000 metri d’altezza, e salgono sul fianco della montagna anche di altri 200 metri, conquistando subito un record. Quello delle vigne più alte d’Europa.

vino valle d'aosta
Terrazzamenti tipici della viticoltura Valdostana

Vitigno Priè per il Blanc de Morgex de La Salle

Il vitigno Priè, di per sè, conserva due altri piccoli grandi record personali. Per prima cosa l’unica uva a bacca bianca autoctona di tutta la Valle d’Aosta. Seconda cosa è che il Priè ha piede franco, quello delle sue lontane e misteriose origini. Il vitigno, insomma, non è stato innestato su piede americano, come è successo a gran parte  degli altri vitigni europei per riprendersi dalla distruzione della fillossera. Il feroce ragnetto “tritura-radici”, ai primi del ‘900, è riuscito ad arrivare anche qui, ma data l’altezza, il terreno sabbioso, o meglio, composto da terra fine creata dal passaggio dei fiumi irruenti e dalle valanghe, non ha avuto vita lunga.
Il vitigno Priè sembra stato portato in Valle d’Aosta da Romani, colonizzatori anche delle montagne alpine. Alcuni affermano anche che l’uva sia stata importata e coltivata da contadini arrivati nel 1600 dal Vallese, territorio svizzero, per ripopolare l’alta valle, abbandonata a causa di una pestilenza.

Come si coltiva il vitigno Priè

Le vigne che ospitano l’uva Priè stanno nel posto più alto d’Europa, ma sono anche le più basse in assoluto. Sembra un paradosso, ma è proprio così: infatti per raccogliere l’uva bisogna sedercisi sotto, a volte sdraiarsi. La forma di allevamento è quella di piccole pergole a volte che arrivano appena a un paio di metri quadrati, affiancate o isolate, sempre inclinate su un lato, come fossero pannelli solari. Appoggiano su pali o più frequentemente su lastre di pietra inclinate, che sostengono in modo più stabile il peso della neve. In molte occasioni le vigne non sono solo sostenute dalle pietre sui terrazzamenti, ma anche circondate da muretti di sassi. Lastre, colonnine o pietre che siano, fungono tutte da “caloriferi”, perché, infatti, assorbono  il calore del sole e della terra di giorno e lo restituiscono alla vegetazione di notte.
Le motivazioni che hanno portato a coltivare così l’uva Priè per la produzione del vino Blanc de Morgex et de La Salle sono quella di reggere meglio il peso della neve e il peso dell’uva molto produttiva e vigorosa. Inoltre, essendo così bassa, l’uva assorbe meglio il calore che arriva dal terreno nei mesi primaverili ed estivi. Da non dimenticare che quando si era cominciato a coltivare quest’uva, a molti non garbava il fatto che le vigne, crescendo, potessero fare ombra alle coltivazioni di mais e patate, per cui si era pensato a questa ingegnoso modo di coltivare l’uva.

Carta d’identità del Blac de Morgex et de La Salle

Zona di produzione: Territori comunali di Morgex e La Salle, che si trovano tra Aosta e Courmayeur.
Vitigno impiegato: Priè, coltivato con il sistema a pergola bassa, su impalcature di legno e pietra.
Produzione consentita: 90 quintali per ettaro.
Colore: Giallo paglierino tendente al verde.
Odore e sapore: Profumo con sfumature che ricordano fieno ed erbe di montagna. E’ secco, acidulo e delicato.
Abbinamento: E’ molto adatto come aperitivo, come compagno di antipasti, piatti di pesce e carne bianca. Ottimo con i formaggi non troppo invecchiati. va servito a circa 10 gradi.

Blanc de Morgex et de La Salle da non perdere

Valle D’Aosta Doc Blanc de Morgex et de La Salle Az. Agricola Vevey Albert Maison

Azienda fondata nel 1968 da Albert Vevey, oggi gestita dai figli Mario e Mirko, con vigneti situati in una zona di forte pendenza. Produce attualmente solo 6 mila bottiglie. Il vino è un bianco secco di particolare pregio, la cui curata lavorazione artigianale ne esalta le caratteristiche e lo rende molto apprezzato.

Valle d’Aosta Doc Blanc de Morgex et de La Salle Rayon Cave du Vin Blanc

blanc de morgex et de la salleLa Cave è una cooperativa che raduna 90 viticoltori-produttori. E’ nata nel 1989, per iniziativa regionale, sulle basi di una precedente associazione locale di viticoltori. Produce circa 140 mila bottiglie all’anno di Blanc in diverse tipologie, compreso un gradevole Ice Wine. Il suo bianco base viene distribuito in 70 mila bottiglie.

Valle d’ Aosta Doc Blanc de Morgex et de La Salle Az. Vinicola Pavese Ermes

Questa piccola azienda nasce nel 1999 utilizzando in parte i vigneti di famiglia e in parte terreni in affitto. Oggi la superficie vitata raggiunge 10.000 mq. Vigneti per lo più allevati a pergola bassa da cui si ottiene questo vino fresco, dal profumo di fieno e di erbe fresche e che si abbina bene con piatti leggeri della gastronomia tipica della regione.

Valle d’Aosta Doc Blanc de Morgex et de La Salle Az Agricola Celegato Carlo

La piccola azienda è nata nel 1986 e produce dai suoi vigneti a pergola un vino bianco che presenta un colore giallo paglierino tendente al verde, con profumi che ricordano sempre il fieno e note fruttate. Si abbina bene con il pesce e la classica Fontina. ottimo servito come aperitivo.

Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de La Salle Vevey Marziano

Un vino da servire fresco, possibilmente tra gli 8 e i 10 gradi. Ottimo con piatti di pesce delicati, carni bianche grigliate. Un vino bianco secco prodotto nei più alti vigneti d’Europa nei territori di Morgex. Ha un profumo di piccoli frutti del sottobosco e al gusto presenta una discreta sfumatura asprigna.

 

Photo Credits: flickr.com/photos/hamburger_helper/5593013136, photos/nanopausa/63318686, photos/elmsn/9295782392.

 

Funghi porcini e vino: coppia perfetta

 

Funghi porcini

Funghi porcini e vino: si parla ovviamente di una coppia perfetta. Vino bianco o vino rosso non importa, quello che conta è che il vino non copra il gusto dei funghi porcini. Conosciuto come il “fungo dei funghi“, è il più amato e il più cucinato. Questo è il momento. Ormai sfruttati in cucina per la loro bontà e versatilità, i funghi porcini possono essere allo stesso tempo cibo a sé stante, ingrediente principale o complemento di piatti elaborati.

Cosa sono i funghi porcini?

Cosa s’intende per “porcino”? Questa parola è il nome comune che si dà al fungo scientificamente indicato con il nome  di Boletus Edulis. Lo stesso nome comune indica anche altre specie commestibili di Boletus: il Pinicola, il Reticolatus e l’Aereus. L’Edulis è il fungo porcino più noto: conosciuto anche con il nome di Ceppatello o Brisa, è ottimo da mangiare. Il cappello è carnoso, con la superficie liscia e un po’ viscida se il tempo è umido. Il Pinicola si chiama così perché cresce anche sotto abeti e pini. L’Aereus si distingue da tutti gli altri per il colore bronzo scuro del suo cappello. Infine il Reticolatus è noto e inconfondibile per via delle sue screpolature.

Come si mangiano i funghi porcini?

Tutte e quattro le specie possono essere consumate sia crude che cotte. L’Edulis, il Pinicola e l’Aereus, i tre porcini con le carni più compatte sono i più adatti ad essere mangiati crudi, a patto che siano esemplari giovani, piccoli, duri e compatti. E’ importante sapere che l’odore, il sapore e il colore dei funghi porcini cambiano profondamente a seconda della fase di crescita. Man mano che il fungo cresce, la carne diventa meno soda, e la parte sottostante del cappello, che tende ad allargarsi, diventa verde e spugnosa. Nella fase adulta i funghi porcini devono essere cotti: trifolati, in padella o usati per sughi e condimenti, perché perdono in consistenza ma profumo e sapore diventano forti e pungenti.

Abbinamento vino e funghi porcini

I funghi porcini sono molto versatili in materia di abbinamento con il vino. Si trovano un po’ in tutta Italia, e quindi li possiamo accompagnare con libertà anche a vini di luoghi diversi. Se il modo di mangiare i funghi porcini dipende dallo stato di crescita, il modo di abbinarli al vino dipende, di nuovo, da come abbiamo deciso di mangiarli. Noi prendiamo in esame i casi in cui i funghi fanno piatto a sé stante o quelli  in cui sono l’ingrediente base e non ci sono altri sapori che possono condizionare la scelta del vino.

Con i funghi porcini crudi l’ideale è un vino bianco abbastanza strutturato ma non eccessivamente profumato. Il Friulano, il Pinot Bianco e l‘Orvieto sono i vini ideali.

Con i funghi trifolati o alla brace e nelle ricette di pasta o riso che li prevedono come ingrediente base, l’ideale sono i vini rossi non troppo corposi come BarberaDolcetto di DoglianiTeroldego Rotaliano Rosso di Montacino.

Con i funghi fritti, modo di cucinarli tipico di molte zone d’Italia, si possono bere vini bianchi frizzanti secchi con buona acidità e anidride carbonica che servono a “ripulire” dalla pesantezza e dal fritto, come ad esempio le bollicine della Franciacorta e del Trentino.

 

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Vino e frutta: abbinamento non impossibile

sangria

Secondo quanto sostiene la teoria classica degli abbinamenti, frutta e vino sono una coppia difficile da fare andare d’accordo, se non impossibile. Alcuni sostengono che l’unica bevanda abbinabile sia l’acqua. Ma io non credendoci, ho trovato dei vini adatti, con caratteristiche  che non hanno creato nessun contrasto sgradevole.

La frutta estiva

Per capire meglio quali sono i vini più adatti, bisogna partire dalla frutta. E’ infatti in questa stagione che la frutta è quasi una necessità: disseta, tonifica, provvede a fornire sostanze utili per l’organismo.
I frutti che si trovano in questo periodo dell’anno sono: anguria, melone, pesche, albicocche, prugne e fichi. Hanno tutti la caratteristica di essere molto dolci. Questa caratteristica è un punto di forza del loro gusto, e non va rovinata dalla scelta del vino non adatto. Bisogna esaltarla, conservando il sapore della frutta.
Il vino che sta bene con la frutta è quello che ne imita e continua il sapore. Ne consegue che il vino da abbinare dovrà essere dolce.

I vini da frutta

vino bianco

Quali sono le caratteristiche di questi vini dolci “da frutta”? Possiamo dividerli in due grandi categorie:

  • VINI FERMI

Il loro colore può variare dal giallo dorato all’ambrato, dal rosso rubino intenso al granato. Il profumo è complesso, aromatico. Ricorda intensamente gli agrumi e la frutta candita. Il gusto è dolce, morbido, vellutato e persiste molto in bocca. La gradazione è quasi sempre superiore ai 12 °.
Sono vini da sorseggiare lentamente. Perciò si bevono in un calice di piccole dimensioni. Infatti il gusto e l’aroma che si sprigionano in bocca sono di una tale ricchezza che il vino deve essere bevuto a piccoli sorsi per risultare gradevole. In più, la piccola dimensione del bicchiere favorisce il mantenimento della bassa temperatura. Si tratta infatti di vini da servire a temperature fra gli 8 e i 12° e si bevono dal primo anno successivo alla vendemmia.
Sono esempi della categoria il Vinsanto, il Marsala Vergine, il Moscato di Trani, il Muffato della Sala, il Recioto della Valpolicella, il Moscato di Pantelleria Passito, lo Sciac’tra delle Cinque Terre e il Torcolato.

  • VINI MOSSI

vino, bollicine

Il colore varia a seconda del tipo di vino, che può essere sia bianco che rosso. Il profumo può essere di fiori bianchi o rossi o ricordare la frutta e le erbe aromatiche come salvia, muschio, finocchio. Il gusto è dolce, fresco, delicato, aromatico e il grado alcolico è quasi sempre compreso fra i 5 e i 10 °. Si bevono nella coppa. Si tratta della forma che più si oppone alla flute nell’ampio panorama dei calici. La coppa è orizzontale, bassa e ampia e serve per diffondere meglio i profumi molto aromatici di questo vino. Si servono a temperature che variano dai 7 agli 8°. Sono vini da bere nel primo anno successivo alla vendemmia.
Appartengono alla categoria il Brachetto d’Acqui, il Moscato d’Asti e la Vernaccia di Serrapetrona amabile.

Vino e macedonia

Che vino abbinare alla macedonia? Coi vini dolci non si sbaglia, però dipende da quali frutti compongono la macedonia e con che cosa è condita.
Se si tratta di una macedonia in cui sono presenti gli agrumi o anche soltanto se la frutta è condita con succo di limone o succo d’arancia, bisogna scegliere dei vini dolci che bilancino l’acidità degli agrumi. Esempi? Il Brachetto o il Sangue di Giuda.
Se la macedonia è condita con del liquore, come per esempio il Maraschino, la cosa migliore è continuare con lo stesso.
Se la macedonia è guarnita con la panna montata, al dolce della frutta si aggiunge la componente grassa della panna. Sarà meglio scegliere vini dolci mossi, che con le loro bollicine “sgrassano” e ripuliscono il palato. Per esempio il Cartizze amabile, o una Vernaccia di Serrapetrona amabile.

Dolcetto e Sangria: le due eccezioni

sangria

Nella tradizione esistono delle preparazioni a base di frutta in cui il vino è un ingrediente e non è dolce, bensì secco. In alcune zone del Piemonte si usa ad esempio servire la pesca a pezzetti in una coppa riempita di vino rosso. Si tratta delle pesche col Dolcetto che, al contrario di quanto suggerisce il nome, non è affatto un vino dolce.
La seconda eccezione alla regola “frutta dolce, vino dolce” viene invece dall’estero ed è la Sangria. Questa bevanda spagnola  accoppia con tutta tranquillità la frutta e il vino rosso secco. In realtà siamo di fronte ad una finta trasgressione della regola, visto che nella Sangria alla frutta e al vino si aggiungono altri ingredienti quali zucchero, liquori e spezie.

 

Ecco altri abbinamenti vino-cibo interessanti:

 

 

Photo Credits: http://www.flickr.com/photos/colonnade/4519047218/, photos/nettsu/
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Est! Est!! Est!!!, vino bianco Doc dal nome curioso

Est! Est!! Est!!!, vino bianco, Doc, Lazio

Quante volte vi sarà capitato di notare questo vino bianco dal nome “strano” tra gli scaffali dei supermercati? Oppure se prima d’ora non l’avevate mai visto, dopo questa incredibile storia, ve lo ricorderete sicuramente. Ha un nome curioso appunto, Est! Est!! Est!!!, che deriva da una storia altrettanto curiosa.

Dove nasce il vino Est! Est!! Est!!!

Est! Est!! Est!!!, vino bianco, Doc, LazioIl vino bianco dal nome particolare, o meglio, unico, è prodotto in provincia di Viterbo, nell’area di Montefiascone, un paese antico arroccato su un colle che domina il Lago di Bolsena, definito anche  “la perla dell’Alto Lazio”, grazie all’antico borgo edificato dai Papi nel ‘200(Rocca dei Papi) che vale la pena visitare e il territorio tutto intorno denominato Tuscia. Da Montefiascone il panorama è bellissimo e si scorgono vallate, montagne e borghi che si trovano nel Lazio ma anche in Toscana e Umbria. E poi il lago, 114 Km quadrati, che merita di essere girato, fermandosi in spiagge selvagge e osterie.
Il paese di Montefiascone  ha già il nome che parla di vino: “mons” che significa monte e “flaconis” che sta a indicare i falaschi, erbe lacustri che crescono sulle rive del lago e che venivano anticamente usate per rivestire i fiaschi.
Dal 1308 lo stemma della città è raffigurato da sei cocuzzoli sormontati da una botte. Il Papa Innocenzo IV, in una sua lettera del 1353, sottolinea come la coltivazione della vite costituisse una determinante fonte di reddito di tutto il territorio.

La storia curiosa dell’Est! Est!! Est!!!

montefiascone stemma
Stemma di Montefiascone

Nel 1111 Enrico V di Germania era in viaggio per Roma per essere incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero. Nel suo numeroso seguito si trovava anche un vescovo, Iohann De Fugger, semplificato, nel  linguaggio popolare, prima in “Deuc” e poi in “Defuk”. Il vescovo era probabilmente più attratto dalla vite terrena che dalla vita celeste. Era un gran bevitore, tanto che lungo la strada si faceva precedere da Martino, un suo servitore elevato al rango di coppiere, con l’incarico di girare per osterie e cantine e segnalare la disponibilità di vino buono. In che modo? Semplicemente scrivendo sulla porta “Est”, in latino. Come a dire “c’è” (il vino sottinteso). Se il vino era davvero buono, poteva scrivere “Est Est”. Martino arrivato a Montefiascone si fece prendere la mano, bevve a dismisura il vino bianco fresco prodotto in questa zona e scrisse sulle porte delle osterie in cui l’aveva assaggiato le parole “Est! Est!! Est!!!” con un crescendo di punti esclamativi, a sottolineare l’eccezionalità del vino. Nome che come dicevo all’inizio, è presente tutt’oggi sulle etichette di questo vino.
Chissà se andò proprio così. E’ certo che il vescovo, conclusa la su missione a Roma al seguito dell’Imperatore Enrico V, si piazzò in un bel palazzo di Montefiascone dove rimase, e bevve, fino alla morte, avvenuta, così si racconta, per il classico bicchiere di vino, o meglio, di Est! Est!! Est!!! Di troppo.

 L’Est! Est!! Est!! nel bicchiere e nel piatto

Il vino bianco che piaceva ai Papi, ha un colore limpido e brillante, in bocca un gusto secco, sapido (lievemente salato),morbido e corposo e al naso si presenta con con buoni profumi di frutta, come ananas e agrumi, toni floreali molto piacevoli. Prodotto con uve di vitigni come Trebbiano Toscano o Procanico, Malvasia Bianca Toscana e Rossetto, detto anche Trebbiano  Giallo, che qui hanno trovato un clima e un terreno vulcanico ideali per la buona crescita.
Questo bianco ha acquistato la Doc nel 1966. La cantina Falesco è quella che negli ultimi anni ha ridato al vino  Est! Est!! Est!!!  visibilità ed eccellenza.
L’abbinamento  ideale, vista l’origine laziale, è con gli spaghetti cacio e pepe, ma altrettanto gradevoli sono gli abbinamenti con piatti di pesce, carni bianche, verdure e primi con verdure e frittate.

spaghetti, cacio, pepe
Spaghetti cacio e pepe

Ecco la ricetta degli spaghetti cacio e pepe:

Ingredienti per 6 persone:

  • 600 g di spaghetti
  • 1 cucchiaio di pepe pestato nel mortaio
  • pecorino romano
  • sale

 Procedimento:

Cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata, scolarli al dente, metterli in una zuppiera di portata riscaldata, cospargendoli col formaggio grattugiato e con il pepe versando qualche cucchiaio di acqua della loro cottura per potere sciogliere bene e amalgamare al condimento. Mescolare e servire caldo.

Fonti:  estestest.it, tusciaintavola.net

Photo Courtesy: Cookaround, araldicacivica.it

Photo Credits: flickr.com/photos/jypsygen/8445652585/

Per la ricetta: natureandwine.it

Gorgonzola Dop e vino: coppia difficile e speciale

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Tutti i formaggi si sposano bene con il vino? In generale possiamo rispondere di si. A questo punto tutti conosciamo bene il sapore “forte”del Gorgonzola e per questa particolarità possiamo dedurre che si tratti di un formaggio un po’ difficile da abbinare al vino.

Perché è difficile abbinare il Gorgonzola?

Anche il più sbadato dei bevitori si accorgerebbe, quando mangia il Gorgonzola, che berci insieme un vino qualsiasi rosso o bianco diventerebbe fastidioso. A questo punto o si rinuncia la vino o bisogna trovare un abbinamento soddisfacente.
Trovare un vino adatto al Gorgonzola è un lavoro arduo. Perché? Perché si tratta di un formaggio che appartiene alla famiglia dei cosiddetti “formaggi erborinati”. Si dice formaggio erborinato non perché contiene erbe nell’impasto, ma perché contiene venature di una muffa chiamata Penicillium Glaucum. E perché tempi addietro “erborin” era il nome del prezzemolo in dialetto lombardo, che ricordava questa muffa per il colore verde. Queste macchiette verdi, appunto, contribuiscono a rendere particolare il formaggio sia alla vista che, soprattutto, al palato e conferiscono un gusto deciso a cui è difficile trovare un vino come compagno.

Caratteristiche di un vino perfetto per il Gorgonzola

In generale, i vini più adatti ad accompagnare il Gorgonzola devono avere caratteristiche precise: morbidezza di corpo, cioè massiccia presenza di zuccheri che servono a smorzare l’amaro del formaggio e un buon grado alcolico, almeno attorno ai 15°. In questo modo si pulisce il palato dalla sensazione di grasso che formaggi come il Gorgonzola lasciano sempre in bocca. Il grado zuccherino tuttavia non deve essere eccessivo altrimenti impasterebbe solo la bocca.
Profumi ben evidenti e un giusto grado di acidità sono altre caratteristiche importanti perché aiutano a bilanciare il gusto del formaggio. Per capire se un vino ha il giusto grado di acidità, aumenterà la salivazione ogni volta che si deglutirà. Entrando nello specifico, però, per scegliere il vino che meglio si abbina il Gorgonzola che abbiamo nel piatto, dobbiamo sapere che tipo di Gorgonzola si tratta. Esso può essere, in generale, suddiviso in:

  • Dolce (o cremificato)
    E’ il formaggio giovane, cremoso, caratterizzato da un gusto più delicato.
  • A lunga fermentazione 
    90 giorni di età, dal sapore un po’ deciso.
  • Stagionato
    120, 150, 180, 300 giorni di invecchiamento, più duri e consistenti, sapore forte e piccante.

I vini adatti al Gorgonzola dolce

Per il Gorgonzola dolce, i più adatti sono i vini bianchi aromatici passiti, come il Passito di Pantelleria, il Marsala bianco e tanti altri. Oppure le “vendemmie tardive“, come ad esempio l’altoatesino Gewurztraminer. Questi ultimi sono quei vini prodotti con uve raccolte un paio di settimane oltre il tempo di vendemmia.

Vini muffati per il Gorgonzola stagionato

SauternesPer il Gorgonzola più stagionato (da 60 a 150 giorni) i vini ideali sono i cosiddetti “muffati”. Essi sono vini nati da uve attaccate da una muffa, la Botritis Cinerea o “muffa nobile“. Mentre nei passiti l’uva è disidratata dal sole e dall’aria corrente, nei muffati, invece, è queste muffa ad entrare in azione. Essa infatti attacca la buccia degli acini e, per sopravvivere, succhia l’acqua contenuta  nel succo concentrando gli zuccheri e regalando profumi e sapori particolari. Ovviamente, perché la muffa nobile si sviluppi, devono esserci condizioni climatiche favorevoli e vitigni adatti. Uno tra i vini muffati più apprezzati e più conosciuti è il Sauternes, prodotto in Francia, nella zona di Bordeaux, dove la vendemmia è un rito e spesso gli acini sono raccolti uno ad uno.
Pur non potendo rivaleggiare con i Sauternes, interessanti  muffati vengono prodotti anche in Italia. Alcune aziende vitivinicole dell’orvietano producono modesti quantitativi di muffati. L’Orvieto Dolce è un vino prodotto da uve sovramature attaccate da muffa nobile. Il disciplinare di produzione stabilisce che il vino sia prodotto con uve di Trebbiano Toscano (40-60%) e Verdello (15-25%), con l’aggiunta di uve Grechetto, Canaiolo  bianco e Malvasia Toscana.
Una curiosa variante della vendemmia tardiva è quella che lascia i grappoli in vigna perché subiscano l’azione del gelo invernale. Sono questi i suggestivi “vini del ghiaccio”, chiamati anche Icewine o Icevine. Le gelate favoriscono la concentrazione di zuccheri, acidi e aromi, poiché  il freddo prosciuga in parte gli acini. Se però il freddo tarda ad arrivare i grappoli possono marcire. Ugualmente dannose sono  le  gelate eccessive, capaci di prosciugare  esageratamente gli acini, non consentendo  l’estrazione del succo. In alcuni casi all’azione del ghiaccio si unisce il prezioso contributo delle muffe. Gli Icewine sono prodotti densi, ricchi di sentori di frutta esotica e miele. La loro produzione è diffusa in diversi Paesi, anche se i principali produttori operano in Canada, Germania e Austria.

Vini passiti liquorosi  e rossi invecchiati per il Gorgonzola piccante

Barolo ChinatoIl Gorgonzola si fa sempre più consistente, profumato e soprattutto piccante. A questo punto, per creare il giusto abbinamento, abbiamo bisogno di vini passiti liquorosi e vini rossi  dal lungo invecchiamento (anche 10 anni), come i più famosi Barolo, Barbaresco, Aglianico, Amarone della Valpolicella o Primitivo di Manduria.
Per quel che riguarda i vini passiti liquorosi possiamo scegliere per esempio:un Barolo Chinato, classico vino piemontese aromatizzato e speziato. Il Picolit, vino friulano dorato e dalla grande importanza di frutta esotica al naso e morbidezza in bocca. La Vernaccia di Oristano, color topazio, con naso di albicocca e velluto in bocca. L’Apinae Moscato Reale definito “vino spirituale” dal grande Luigi Veronelli, di origine molisana e di assoluto pregio. Il Moscato Giallo Dindarello delle cantine Maculan, direttamente dal Veneto, con naso di agrumi e frutta esotica e grande persistenza in bocca.

 

Penne al Gorgonzola piccante DOP, anacardi ed albicocche secche con glassa all’aceto balsamico

Penne al Gorgonzola piccante Dop anacardi e albicocche secche

Ingredienti per 4 persone:

  • 320 g di penne
  • 40 g di Gorgonzola Piccante DOP
  • 20 g di panna fresca
  • 40 g di anacardi tostati
  • 40 g di albicocche disidratate
  • 5 g di burro
  • Glassa all’aceto Balsamico di Modena DOP
  • sale
  • pepe

 Procedimento:

In un mixer frullare grossolanamente gli anacardi con le albicocche essiccate. Cuocere la pasta in acqua bollente e salata per 9 minuti, lasciandola al dente. In un pentolino sciogliere il gorgonzola piccante DOP con poca panna ed un ricciolo di burro ed unire metà del composto di anacardi ed albicocche.Unire la pasta alla crema di gorgonzola, definire la forma , impiattando con l’aiuto di un coppapasta. Decorare con la restante granella di anacardi, albicocche e glassa all’Aceto Balsamico. Buon appetito.

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Il mio abbinamento

GEWURZTRAMINER 

Il colore del Gewürztraminer è un bel giallo paglierino, che può diventare di una gradazione più carica fino a raggiungere tonalità dorate e color ottone. Il profumo è intenso, persistente ed aromatico, dalla dolcezza che richiama quella delle uve di origine e che in sé racchiude odori di lavanda, rosa, spezie e canditi, ma anche di fiori d’arancio e chiodi di garofano. Il sapore è gradevolmente aromatico e pieno, ma anche asciutto, morbido ed equilibrato. Gli aromi rimangono piacevolmente in bocca anche dopo diverso tempo, lasciando un retrogusto fortemente aromatico ed intenso.

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Fonti: ilcastellano.net, gorgonzola.com

Photo Credits: flickr.com/photos/68194871@N00/318875484,           flickr.com/photos/piperita/2077305943/

Chianti Docg: vino più classico dei classici

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Uno scorcio della mia cantina, zona dei Chianti e dei vini Toscani

Circa 70 mila ettari di colline formano il cuore verde della Toscana e tra questi oltre 10 mila sono di vigneti destinati alle uve per il Chianti Docg, il vino rosso più conosciuto e più apprezzato in Italia e nel mondo. Il più famoso di tutti, il portacolori del vino italiano nel mondo. Il Chianti è il vino rosso che ha fatto conoscere il nostro Paese, e la Toscana prima di tutto, agli stranieri.

La storia del Chianti e del Chianti Classico

Le prime tracce del Chianti si hanno nel 1398 con una testimonianza secondo la quale il vino toscano più famoso era bianco. Del Chianti rosso se ne parla solo dal 1427 in poi, anno in cui comincia a viaggiare dalla Toscana a Roma, fino a finire, nel 1550, sulla tavola di Papa Paolo III. Altre notizie sul Chianti si hanno dopo il 1700, quando tutto il mondo agricolo si sviluppò a tal punto, da modificare l’intera geografia del territorio Italiano ed Europeo. C’è da dire che la storia di questo vino va a pari passo con l’uva, che, in percentuale maggiore, gli dà sostanza, cioè il Sangiovese. Anche di questo vitigno si fa cenno oltre quattro secoli fa. In un trattato della coltivazione delle viti del 1590 viene citato il “Sangiogheto o “Sangioveto, che pare derivi da “Sanguis Jovis, sangue di Giove, modo in cui i popoli latini indicavano, generalmente, il vino rosso. Nella seconda metà dell’ 800, Firenze divenne capitale d’Italia, quindi molto frequentata da politici e diplomatici stranieri. Per il Chianti fu un modo per farsi conoscere, ma al contrario, qualcuno cominciò a commercializzare in Europa vino di bassa qualità, spacciandolo per Chianti. Fu così che, grazie ad un gruppo di viticoltori di Arezzo, Firenze e Siena, si unirono per dare vita al Consorzio del Chianti. Nel 1932 un decreto ministeriale fissò l’area di produzione stabilendo un territorio “classico”, quello considerato storico, proprio nell’intera area del Chianti. Quello che la gente individua tramite il Gallo Nero stampato sulle etichette. Il Gallo Nero in sostanza, è un consorzio di produttori che fanno Chianti Classico e che agisce all’interno del Consorzio del Classico. In sintesi: un consorzio nel consorzio.

La sua scalata al successo

Difficile stabilire se e quanto sia il vino più buono, dato che questo è un fattore di gusti e di mode, certo è che all’estero è quello più conosciuto. Noto e riconoscibile, almeno per tanto tempo, quando il Chianti veniva venduto nel fiasco, la bottiglia panciuta con il rivestimento in paglia. Così semplice da essere imitato nel modo più semplice e brutale, copiando il nome, come ancora si fa in California, dove producono finto Chianti.
In passato veniva fatto sono in una zona della Toscana compresa tra Firenze e Siena. Poi la produzione si è estesa ai territori confinanti e così sono nati diversi Chianti, con i nomi di Colli dove nasce, oppure con i nomi di alcuni paesi, come Montalbano, Montespertoli o Rufina. Il fulcro di tutta questa zona ha preso il nome di Chianti Classico. Un patrimonio viticolo e di vignaioli, da conservare e mostrare con orgoglio, tra boschi e colline disegnate dai filari  e dai cipressi. Un felice connubio tra vino e territorio.

Il vino del Barone di Ferro

A dare identità al vitigno Sangiovese e la vino Chianti fu, nella prima metà dell’800, Bettino Ricasoli, barone, uomo politico importante (fu 2 volte ministro dopo la morte di Cavour), agricoltore ed enologo. Ruoli e doti che gli permisero di sperimentare nei vigneti intorno al suo Castello di Brolio e di avere anche canali aperti per commercializzare e dunque di far conoscere il buon vino che ne aveva ottenuto.
Bettino Ricasoli era chiamato Barone di Ferro per la severità e il rigore con cui svolgeva le sue imprese. Quelle politiche (favorì l’ingresso della Toscana al Regno Sabaudo e sostenne l’Unità d’Italia, soatenuto da Mazzini e Garibaldi) e quelle enologiche, dedicando tempo e denaro allo studio di coltivazioni alla selezione di uve migliori.
Firenze, dal 1865 al 1870, fu anche capitale d’Italia e i saloni del suo castello ospitavano spesso ambasciatori, politici, notabili, industriali e commercianti internazionali.
Ricasoli approfittò del periodo e dell’occasione per far conoscere questo eccellente vino locale, proprio nel periodo in cui le etichette di Bordeaux e di Borgogna spopolavano sui tavoli delle mense più importanti.

Là dove nasce il Chianti Classico

Il Chianti Classico nasce  in un territorio ben delimitato che confina a nord con l’ultimo appezzamento della periferia meridionale di Firenze, fino ad arrivare a Siena, 40 km circa più a sud. Tutta la zona si trova tra i monti del Chianti, e comprende i comuni di Castellina, Radda, Gaiole e Greve tutte seguite dal nome “in Chianti”, nonché una parte dei territori  comunali di San Casciano in Val di Pesa, Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle Val di Pesa, Castelnuovo Berardenga e Poggibonsi. Circa 70 mila ettari di territorio, in gran parte ricoperti da boschi di querce e castagni, dove la vite, specialmente la varietà Sangiovese, ha dato prova nei secoli di trovare un ambiente ideale alla realizzazione di vini di qualità.

Sangiovese e Chianti Classico

Cartina Chianti Classico Docg e Chianti DocgE’ il Sangiovese l’uva regina del Chianti Classico. In questo territorio esistono anche altre uve, soprattutto nere, e anche altri vini, come quei rossi chiamati “Supertuscans” e prodotti spesso con l’aiuto di vini internazionali. Ma per chiamarsi Chianti Classico il vino deve essere prodotto soprattutto con il Sangiovese, quell’uva che, con nomi diversi, è alla base anche della produzione del Brunello di Montalcino, del Morellino di Scansano, del Nobile di Montepulciano, del Carmignano, oltre che degli altri Chianti.
Il Sangiovese è un vino particolarmente sensibile al terreno e al clima, infatti la sua maturazione avviene piuttosto tardi e in modo discontinuo. Ecco che così le uve provenienti da terreni arenari assumono toni floreali, quelle dei terreni calcarei assumono toni di frutti di bosco e quelle dei terreni a base di tufo assumono toni di tabacco. Resta un unico e “d’obbligo” profumo, segnalato perfino dal disciplinare come caratteristico e cioè quello di viola mammola.

Chianti Colli Fiorentini

Si produce nell’area a ridosso di Firenze, nel territorio di 18 comuni, capoluogo compreso, affacciati sull’Arno e la Val di Pesa. E’ forse la zona più antica e il nome stesso si riallaccia a una remota tradizione che identificava come “Vinum Florentinum” il vino delle colline di Firenze  ancor prima che la denominazione Chianti si diffondesse. Il vino di questa zona in quantità a circa il 5% dell’intero territorio del Chianti. Un vino rosso porpora intenso, facile da bere, asciutto e profumato. Adatto al pasto quotidiano, semplice e schietto, un vino vecchio stile e per questo molto apprezzato. E’ fatto con l’80% di Sangiovese e il resto con Canaiolo, Malvasia Rossa.

Chianti Colli Senesi

Viene fatto in una zona piuttosto ampia, 3500 ettari circa, partendo da nord a Monteriggioni e San Gimignano, arrivando a sud a Montalcino e a Montepulciano. Differenza di terre e climi  danno vini diversi: meno alcolici e più corposi quelli a settentrione, più carichi e con una maturazione più lenta quelli a meridione. Vini che nel complesso si dimostrano molto piacevoli, da abbinare ai piatti con sugo di carne e alle carni cucinate alla griglia.

Chianti Colli Aretini

E’ un altro protagonista della viticoltura toscana, perché prodotto in un’area famosa già 600 anni fa, in particolare nelle zone di Montecarlo e Montevarchi.
Il Chianti dei Colli Aretini può essere messo in commercio dal 1° marzo successivo alla vendemmia. Dunque un rosso profumato e fresco. Un vino da lasciare in cantina anche qualche mese. Bel compagno tutto pasto.

Chianti Colli Pisani

Si produce sui colli che scivolano verso il Tirreno, nel territorio di diversi comuni come Terricciola, faglia, Cascina Terme. Una zona di produzione storica anche se meno conosciuta. Il Chianti di questa zona è indubbiamente influenzato dal mare e comprende vigne relativamente ridotte, circa 250 ettari in tutto.
Nel bicchiere è morbido, elegante e va bevuto giovane. Si abbina bene anche a piatti di pesce.

Chianti Montalbano

Deriva da vigne con un’estensione un po’ più ampia, 500 ettari in tutto, distribuite in alcuni comuni di forte tradizione vinicola, come ad esempio, Carmignano, Artimino, Vinci, Bacchereto, Larciano e Lamporecchio.
La zona di Montalbano produceva vini “buoni” già nel 1200 ed era la maggiore “fonte” vinicola dei Vescovi di Pistoia. I vini della zona furono sempre molto apprezzati anche nei secoli successivi. Vino semplice, rubino carico, di facile beva, profumato di frutta ed equilibrato. Da bere subito anche tutto pasto.

Chianti Montespertoli

E’ entrato a fare parte del “gruppo” solo nel 1998. Un’area piccola, 3 comuni in tutto, ma di grande produzione vinicola. In questa zona a sud-ovest di Firenze, infatti, si contano 1600 ettari di vigne. Anche questo Chianti è un tutto pasto e si esprime alla grande con primi e carni bianche.

Chianti Rufina

E’ di fatto un’area vinicola importante, oltre 12 mila ettari, di cui poco meno di 600 ettari di vigne molto selezionate e destinate al Chianti Docg. Un vino, quest’ultimo, di grande qualità, tra i Chianti ad essere esportati negli Stati Uniti. Qui infatti si concentrò l’attenzione dei produttori e dei commercianti, anche perché questo Chianti era quello che più si avvicinava al Chianti Classico, per aromi e sapori, ma anche per la conservazione nel tempo.Oltre che nel comune di Rufina,  questo vino è prodotto anche nei territori di Pontassieve, Pelago, Londa e Dicomano. Un vino che si differenzia da quello più blasonato, anche per il prezzo, che è davvero contenuto. Grande carattere nel bicchiere, rosso carico, intensi i profumi di viola mammola e frutta rossa, equilibrato in bocca.

 

Fonti: Chianti.com, borghiditoscana.net

Photo Courtesy: chianti.com, lionellomarchesi.com

 

 

 

Formaggi saporiti: un viaggio tra gusto e vino

Formaggi saporiti: viaggio tra gusto e vino

Formaggio e vino sono considerati da sempre una coppia vincente, perché se sono abbinati bene i loro gusti si completano a vicenda. Questa considerazione è particolarmente azzeccata per i formaggi saporiti. Sono quelli dal sapore forte, stagionati a lungo, cioè che sono maturati per mesi e a volte persino per molti anni. Per esempio appartengono a questa categoria il Pecorino stagionato, il Gorgonzola, il Roquefort, , il Bitto, il Ragusano e più in generale i Formaggi di fossa.

Pecorino Romano

Pecorino RomanoI formaggi di latte di pecora sono diffusi in tutto il Centro-Sud. Tra i più noti ci sono il Pecorino Toscano, in particolare quello prodotto nella zona di Siena, il Pecorino Siciliano, il Pecorino Sardo e il Pecorino Umbro che tra le sue varietà ha il pregiato Pecorino di Norcia.
Il più antico e diffuso è però il Pecorino Romano che è prodotto da più di 2 mila anni e faceva addirittura parte della razioni di cibo dell’esercito dell’Antica Roma.
Anche se è nato nel Lazio, il Pecorino Romano, oggi, non è fatto solo in questa regione, ma anche in Toscana, in provincia di Grosseto e in tutta la Sardegna che ne è la principale produttrice. Non va però confuso con il Pecorino Sardo che ha delle caratteristiche diverse.

Abbinare Vino e Pecorino

Quando è stagionato, cioè è stato maturato da 5 a 12 mesi, il Pecorino Romano diventa piuttosto duro e asciutto, ha un colore giallo abbastanza scuro e prende un sapore intenso e piccante che si sposa molto bene con vini rossi secchi e ricchi di alcol, capaci quindi di tenere testa al formaggio saporito.
Un vino che si abbinerebbe bene, per esempio, potrebbe essere il Mandrolisai, ottenuto da vitigni tipici del territorio come il Bovale, il Cannonau e la Monica e prodotto nelle province di Nuoro e Oristano. E’ un vino rosso rubino con sfumature che tendono all’aranciato con l’invecchiamento. Al naso profuma di frutti di bosco e con il tempo note di spezie, come il pepe nero e i chiodi di garofano. In bocca è secco, pieno e ha un leggero e sapido.
Altro ottimo abbinamento è il Cannonau di Sardegna, che può essere prodotto in tutta l’isola con almeno il 90% dell’uva  che gli dà nome. Ha un colore rosso rubino e un profumo intenso che ricorda le prugne e le more. Il gusto è pieno e persistente.

Gorgonzola Naturale

Gorgonzola NatuaraleAnche se il Gorgonzola più diffuso è quello morbido e cremoso che ha un sapore dolce, il tipo  più antico di questo formaggio è il Gorgonzola piccante, detto anche “Gorgonzola del nonno” perché ha mantenuto le caratteristiche che aveva un tempo. Ha una stagionatura minima di 3 mesi, una pasta dura, friabile molto ricca di parti di colore verde bluastro e un gusto forte e piccante. Viene prodotto in alcune aree del Piemonte e della Lombardia e le sue origini sono antiche: già dall’anno Mille era famoso per il suo sapore particolare. Appartiene alla famiglia dei formaggi erborinati, cioè che contengono macchie e venature di muffa. Si chiamano così perché le loro chiazze ricordano il prezzemolo, detto “erborin” in dialetto lombardo, e comprendono, oltre al Gorgonzola, altri formaggi italiani come il Castelmagno o il Moncenisio e prelibatezze straniere come il Roquefort francese e lo Stilton inglese.

Abbinare vino e Gorgonzola

Dato l’odore e il sapore , molto intensi, il Gorgonzola richiede abbinamenti con vino ricchi di profumi e di sapore. Un ottimo abbinamento del territorio è il Barbaresco, prodotto nella provincia di Cuneo. Fatto con uve Nebbiolo, è molto adatto a invecchiare a lungo, sviluppando aromi sempre più ricchi e un sapore molto raffinato. Ha un colore rosso granato e profuma di viola, di fiori secchi, di spezie come la vaniglia e la noce moscata e anche di frutta come il mirtillo e la mora sotto spirito. Il gusto è secco e intenso ma anche delicato. Con il Gorgonzola piccante sta molto bene anche un altro vino piemontese: il Ghemme. Prodotto in provincia di Novara con almeno il 75% di Nebbiolo e per il resto Vespolina e/o Uva Rara, ha un colore rosso granato intenso che prende delle sfumature color mattone con l’invecchiamento. Ha un profumo ricco che ricorda le violette, le spezie e la liquirizia, mentre il gusto è pieno e tannico.

Formaggio di fossa

Formaggio di fossaIl Formaggio di fossa è un prodotto unico al mondo. Viene fatto solo in 3 piccole zone: nel comune di Sogliano al Rubicone, in provincia di Forlì-Cesena e in quelli di Talamello e Sant’Agata Feltria, in provincia di Pesaro-Urbino. La sua particolarità consiste nel processo di stagionatura, così importante che basta da solo a far definire “di fossa”formaggi fatti con tipi di latte diverso.
Alla fine dell’estate, i produttori inseriscono dei pecorini o delle caciotte in fosse molto speciali fatte di roccia arenaria che si forma in migliaia di anni quando la sabbia si solidifica. Dato che nasce dall’unione di tanti granelli, questa roccia ha una struttura porosa che lascia passare l’aria e favorisce la fermentazione. Inoltre le fosse sono utilizzate da secoli e al loro interno si sono create delle condizioni particolari: le caciotte e i caprini, maturandovi anno dopo anno, hanno infatti creato delle colonie di microbi “buoni” che sopravvivono all’interno della roccia e contribuiscono a dare al formaggio il suo sapore speciale. Quando le fosse sono piene vengono sigillate per tre mesi.
Quando vengono riaperte si estrae un prodotto particolare già dall’aspetto: ha infatti una forma irregolare, perché invecchiando uno sopra l’altro i formaggi si schiacciano. Anche il profumo è unico: ricorda quello dei funghi e delle castagne. Il gusto è molto forte, dolce e piccante allo stesso tempo e rimane in bocca a lungo.

Abbinare vino e Formaggio di fossa

Il vino ideale per il Formaggio di fossa è un rosso dal gusto intenso fatto nelle stesse zone, come il Rosso Piceno delle Marche, prodotto soprattutto con vitigni Sangiovese e Montepulciano a cui si può aggiungere al massimo il 15% di altre uve a bacca rossa. Di colore rosso rubino carico con sfumature violacee, questo vino ha un profumo che ricorda la frutta rossa matura. E’ equilibrato, con un gusto intenso e sapido in bocca.
Anche in Emilia Romagna si produce un vino che si abbina bene al formaggio di fossa: il Sangiovese di Romagna Superiore che nasce dal vitigno Sangiovese coltivato sulle colline romagnole. E’ rosso rubino intenso e profuma di frutta e fiori. Ricorda in particolare la marasca e la viola. Il gusto è pieno, tannico e lascia in bocca una piacevole nota amarognola.

Bitto

BittoTra i formaggi stagionati il Bitto è un vero campione: le sue forme infatti possono invecchiare anche più di 10 anni, prendendo un gusto sempre più ricco e più particolare. Viene prodotto nel nord della Lombardia, in Valtellina, nella provincia di Sondrio e anche nell’Alta Val Brembana in provincia di Bergamo con latte di mucca a cui viene aggiunto il 10% di latte di capra. Le sue tecniche di lavorazione sono antichissime e risalgono al periodo in cui i Celti si unirono alla popolazione della zona insegnandole l’arte della produzione dei formaggi.
Quando è stagionato per almeno un anno, il Bitto ha un profumo intenso, la sua pasta è asciutta e granulosa e il suo gusto è pieno e si sente in bocca molto a lungo. L’ideale è mangiarlo a piccoli pezzi, lasciandolo sciogliere in bocca lentamente in modo da apprezzare al meglio le sue sfumature di sapore.

Abbinare vino e Bitto

Per accompagnare il Bitto ci vuole un vino ricco, profumato e con buona persistenza. L’abbinamento ideale tra i prodotti della zona è lo Sforzato, fatto in provincia di Sondrio con almeno il 90% di uve Nebbiolo, che in quest’area viene chiamato “Chiavennasca“.
Le uve vengono fatte appassire per qualche mese prima della vinificazione, in modo da concentrare gli zuccheri e gli aromi (stesso metodo di produzione dell’Amarone della Valpolicella).
Lo Sforzato ha colore rosso granato, profumi di confettura di frutta rossa come le prugne, di frutta cotta e di spezie come la cannella e i chiodi di garofano. In bocca è secco, molto morbido e persistente.
Il Bitto si abbina bene anche con un vino prodotto al di fuori del suo territorio: l’Amarone della Valpolicella. Nasce in provincia di Verona con grappoli appassiti di vitigni Corvina, Rondinella e Molinara e al massimo il 15% di altri vitigni. Ha colore rosso rubino intenso con riflessi granato. I suoi profumi ricordano i fiori appassiti, in particolare la viola, le confetture di frutta rossa e la frutta secca come la noce e la mandorla. Con il tempo prende anche note di spezie come la noce moscata. In bocca si presenta molto caldo, cioè dà una sensazione di calore in bocca dovuta al suo contenuto elevato di alcol.

Ragusano

RagusanoIl Ragusano viene prodotto in provincia di Ragusa e di Siracusa, in Sicilia, ed è un tipo di caciocavallo. Invece di avere la classica forma a pera dei caciocavallo prodotti nel resto d’italia, assomiglia ad un grosso mattone.
Anche se consumato mediamente giovane, tra i 3 e gli 8 mesi dalla produzione, ha già un sapore particolare, legato all’alimentazione delle mucche della zona. I pascoli sono infatti ricchi di erbe profumate come il trifoglio, la cicoria e la camomilla selvatica.
Il migliore Ragusano è però quello stagionato tra gli 8 mesi e i 2 anni, quando il profumo e il gusto del formaggio raggiungono la massima intensità e si sentono note piccanti.

Abbinare vino e Ragusano

Un vino che si abbina bene al formaggio Ragusano è, senza ombra di dubbio, il Nero d’Avola. Il suo colore è rosso rubino molto carico. Profuma di frutti rossi, in particolare di mirtilli e more, e ha delle note di vaniglia e liquirizia. In bocca è morbido e persistente come i suoi aromi.
Un altro grande siciliano che esalta il gusto del Ragusano è il Marsala. Prodotto in provincia di Trapani, è un vino liquoroso, cioè reso più alcolico con l’aggiunta di alcol o acquavite.  Ha un bel colore dorato, profumi di frutta candita e secca che ricordano in particolare la mandorla e ha un gusto intenso che dura a lungo in bocca.

Fonti: Confcommercio, Cheese 2011

Photo Credits: flickr.com/photos/liffu/2358493287/, /artizone/4958469029/, funadium/405060074/, comunicati/5629077685/, irotzabal/2111884479/, giopuo/4915330725/

Castelmagno dop, formaggio d’eccellenza

Castelmagno, formaggio
Banco del mercato rionale con prezzi medi.

Il Castelmagno dop è uno dei formaggi più antichi del Piemonte. Prende il nome dal comune in cui è prodotto, è molto pregiato e prodotto in quantità limitata. Si ottiene prevalentemente da latte di mucca, anche se non sono rare aggiunte di latte di pecora o di capra. Oggi i produttori sono poco più di una dozzina e producono 6-7 mila forme all’anno, appena sufficienti a soddisfare gli amanti di questo raro e pregiato formaggio, apprezzato anche nei ristoranti più esclusivi del mondo.

Castelmagno: caratteristiche di un formaggio unico

Il Castelmagno fa parte del gruppo di formaggi “erborinati” o a pasta blu come il Gorgonzola, il Roquefort e altri formaggi francesi. Il termine erborinato non indica la presenza di erbe ma solo di venature verdi causate da una muffa che nella pasta può sembrare “erborin“, ovvero “prezzemolo” in dialetto lombardo. L’appartenenza a questo gruppo, però, non deve trarre in inganno. Le forme che hanno le muffe sono assai rare, poiché lo sviluppo spontaneo è legato ad una serie di elementi variabili. Gran parte del lavoro è in mano agli acari che mangiano la crosta e fanno entrare l’aria ma non è detto che ciò avvenga. Inoltre, perché questi minuscoli animaletti entrino in azione, occorre che il formaggio sia lasciato a stagionare per almeno 10-12 mesi ma oggi questo non si fa quasi più. Un tempo il Castelmagno maturava nelle stalle tiepide, lentamente, finché la crosta diventava color rosso-ruggine e la pasta acquistava sapore. Ora, anche se le forme non possono essere vendute prima che siano passati 60 giorni, la gran parte dei clienti lo preferiscono appena fatto, bianco e friabile. Tra l’altro bisogna stare attenti perché in alcuni casi, le muffe possono venire fuori in seguito a difetti della lavorazione e dare origine a un formaggio non buono.

Castelmagno, bontà a 2000 metri

Il Castelmagno è sopravvissuto nei secoli grazie alla passione che, da sempre, lega i contadini e i produttori di formaggio alla Valle Grana, in provincia di Cuneo. Terra compresa tra la Valle Maira, la Valle Stura, la Valle Pesio e la Valle Varaita che dalle Alpi Marittime scendono verso Cuneo. Ovunque si vedono boschi di castagni, faggi e conifere. L’aria fresca e frizzante attraversa la valle, incrociando ogni tanto un paese, un borgo antico, una piccola chiesa affrescata. I pochi comuni in cui è prodotto, Castelmagno Pradleves e Monterosso Grana, vantano un’antica tradizione che rispetta le tecniche di lavorazione di un tempo. E’ un piccolo territorio che si estende fino a 2000 metri di altitudine. Il Castelmagno è il frutto di un insieme di equilibri tra diversi elementi seguiti con cura, pazienza e fatica da allevatori e produttori. E’ il formaggio che esprime al meglio le qualità della produzione in alpeggio, nelle malghe in alta montagna: la lavorazione manuale e le tecniche che si tramandano da secoli. Le mucche sono di razza piemontese, bruna alpina e valdostana e si nutrono di foraggio fresco, fieno e cereali. Speciale è anche il rapporto con i propri allevatori: infatti ogni mucca viene battezzata con un nome, spesso poetico e particolare. Non solo mucche però, partecipano alla produzione del Castelmagno. Alcuni produttori, infatti, aggiungono anche latte di capra e di pecora, secondo un’antica tradizione riportata anche nel Disciplinare di produzione.

Il Castelmagno nella storia

Questo eccezionale formaggio, che prende il nome dal comune in cui è prodotto, è legato anche a due leggende. La prima vuole che il nome derivi dal Santuario di San Magno, costruito in memoria di un soldato romano morto martire sulle montagne circostanti. La seconda leggenda rimanda all’imperatore Carlo Magno, grande ammiratore di questo formaggio, che, inizialmente attento a scartare le muffe verdi, alla fine se ne innamorò a tal punto da non farlo mai mancare a tavola.
La produzione del Castelmagno ebbe inizio probabilmente a partire dal 1100. La sua bontà era apprezzata già dai papi di Avignone. Altre testimonianze risalgono 1277, e raccontano di una sentenza nei confronti del comune di Castelmagno, nel quale venne condannato a pagare al Marchese di Saluzzo un canone annuo, non in denaro, ma in forme di formaggio. A quel tempo, infatti, era considerato merce di scambio, del valore di 12 denari alla forma.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale la produzione diminuì. In parte perché si modificarono i gusti dei consumatori, in parte per l’abbandono degli alpeggi.
Negli anni Ottanta , alcuni appassionati, primi fra tutti lo scrittore e regista Mario Soldati e il giornalista enogastronomo Luigi Veronelli, salvarono il Castelmagno dalla scomparsa e lo fecero conoscere al grande pubblico. Con gli anni Novanta i produttori diminuirono di numero ma migliorarono le tecniche, nell’ottica di una precisa tutela del marchio contro i numerosi tentativi di imitazione.

Castelmagno e vini del territorio

Il Castelmagno è prodotto in Piemonte e possiamo abbinarlo con vini locali. Per assaporare al meglio il gusto intenso di questo formaggio, il consiglio è quello di consumarlo da solo, magari a fine pranzo. Il grado di stagionatura influenza la tipologia del vino, poiché è proprio il diverso tempo di maturazione che influisce sulle caratteristiche del prodotto. Indipendentemente dal grado di maturazione occorrono vini rossi per bilanciare la ricchezza di sapori e la lieve sensazione di grassezza che lascia in bocca.

  • Per il Castelmagno giovane, di 2 o 3 mesi di stagionatura, i vini dovranno essere freschi, profumati di fiori. Ottimo l’abbinamento con un Nebbiolo d’Alba (al supermercato Nebbiolo “Tenuta Rocca” euro 11,00), dal colore rosso rubino, profumi che ricordano la viola e la liquirizia e sapore fresco e asciutto.
  • Per il Castelmagno di media stagionatura, 4 o 6 mesi fino a 12 mesi, i vini dovranno essere corposi, dai profumi intensi e dal gusto persistente. Perfetto l’abbinamento con un Barolo (al supermercato Barolo “Marchesi di Barolo” euro 19,90), il cui colore granato, i profumi intensi di viola e vaniglia e il sapore caldo che permane in bocca a lungo, ne fanno il connubio perfetto.

Il Castelmagno con altri vini italiani

Ovviamente non è obbligatorio abbinare il Castelmagno con vini piemontesi. Vediamo insieme qualche abbinamento fuori dalla regione natale.
Il Castelmagno fresco si abbina bene con un Sangiovese di Romagna, magari in versione Superiore, vino dell’Emilia Romagna, dal colore rosso rubino, profumo intenso di viola, sapore asciutto e leggermente amarognolo. Perfetto anche un Chianti Classico, vino toscano rosso rubino, dal profumo di viola e mandorla. Per il tipo più stagionato vanno molto bene vini invecchiati più di 2 o 3 anni, dai profumi speziati e di frutta rossa matura.
Abbinamento ideale è anche con L’Amarone della Valpolicella (al supermercato a partire da 18 euro), vino del Veneto, dal profumo di mandorla e spezie e dal sapore intenso dato dal lungo invecchiamento. Ottimo anche uno Sforzato della Valtellina (al supermercato Sforzato “Negri” a, vino lombardo che matura in botti di rovere per una anno. Ha un colore rosso granato, profumo di resina e frutti di bosco.

Un abbinamento “dolce” al Castelmagno

Il Castelmagno stagionato 4 o 5 mesi e quello erborinato sono ottimi degustati con un Passito di Pantelleria ( al supermercato Passito di Pantelleria “Pellegrino, bottiglia da 0,375 l a 10 euro circa), vino siciliano che nasce dall’uva matura lasciata appassire a lungo al sole. L’unione è perfetta poiché il formaggio, appena uscito dai luoghi bui dove è rimasto a stagionare a lungo, si lega volentieri al gusto intenso di questo vino passito dal profumo intenso di uva passa, agrumi e vaniglia e dal sapore vellutato e liquoroso. Possiamo dire che si fonde perfettamente con il gusto forte e piccante del Castelmagno stagionato.

 

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Oltrepo Pavese: i suoi vini spumanti

Oltrepo Pavese, vino, spumante

L’Oltrepo Pavese è un’area vinicola della Lombardia,che, nemmeno a farlo apposta, ha la forma di un grappolo che si estende tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. Oltrepo perché si trova a sud del grande fiume che ha creato la Pianura Padana. Terra da sempre ricca di storia, avventura, scambi agricoli e naturalmente il mercato della vite e dell’uva Pinot Nero, che ancora oggi  è molto attivo.

Oltrepo Pavese significa qualità

Le vigne crescono fino a 500 metri di altitudine e le zone di produzione dei vini spumanti Oltrepo Pavese docg, si mescolano a quelle adatte a vini fermivini bianchi e vini rossi frizzanti. Questa zona vinicola è particolarmente adatta alla coltivazione dell’uva Pinot Nero, che costituisce oltre la metà dei vitigni destinati alla spumantizzazione. Dai pochi ettari degli anni Venti, si è passati ai 5.000 di oggi, con una produzione di 40 milioni di bottiglie, prodotte per la maggior parte con il Metodo Charmat (12 milioni di bottiglie), mentre una piccola parte è destinata al Metodo Classico (2 milioni di bottiglie).

Classifichiamo i vini spumanti dell’Oltrepo Pavese

Il Pinot  Nero, dunque è il conquistatore dell’Oltrepo Pavese, in cui i suoi grappoli rossi vengono trasformati in vino bianco, ovvero, “vinificate in bianco“, con le bollicine, ovviamente, quindi con l’aggiunta di anidride carbonica. Le tipologie che si possono trovare sul mercato sono l’Oltrepo Pavese Metodo Classico docg Oltrepo Pavese Metodo Classico Rosè, ottenuti da un minimo del 70% di Pino Nero e per il resto da Pinot grigio, Pinot Bianco o Chardonnay. Oltrepo Pavese Metodo Classico Pinot Nero docg, quando il Pinot Nero costituisce almeno l’85% dell’assemblaggio e Oltrepo Pavese Metodo Classico Pinot Nero Cruasé docg, vino speciale ottenuto esclusivamente da uve Pinot Nero “vinificate in rosa“. Da ricordare che  il marchio collettivo “Cruasè” è di proprietà del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese ad esclusivo utilizzo delle Aziende che ne fanno parte, e, come Franciacorta e Trento doc, appartiene ai territori del Talento che rappresenta l’eccellenza spumantistica italiana, di cui ne fanno parte gli  spumanti italiani ottenuti da uve Chardonnay, Pinot nero e Pinot Bianco, rifermentato in bottiglia, con minimo 15 mesi di affinamento sui lieviti e tenore zuccherino inferiore a 12 g/litro. E come per i vini della Franciacorta, per identificare il vino docg Oltrepò Pavese metodo classico è vietato utilizzare il termine “spumante”in etichetta.

L’oltrepo Pavese nel bicchiere e nel piatto

Le caratteristiche dello spumante dell’Oltrepo Pavese sono quelle di un vino di buona eleganza, dalla grande carica aromatica, con sentori di frutta cotta e agrumi. In bocca ha un gusto persistente, fresco, che non stanca mai. Insomma, può tranquillamente accompagnare un intero pasto, dagli antipasti,  ai primi piatti, zuppe di pesce ma anche piatti più elaborati con salse di carne e arrosti di carni bianche o le tipiche rane fritte.

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Teroldego Rotaliano, vino rosso trentino

Teroldego Rotaliano, vino rosso

Il Teroldego Rotaliano è  un vino autoctono per eccellenza. C’è da quasi mille anni e cresce al meglio in un lembo di terra pianeggiante nel cuore del Trentino, grazie alle bizzarrie di due fiumi che s’incrociano. Essi sono i padri di questo vitigno e nascono da due lati diversi della regione: l’Adige ha caratteri austriaci, il Noce più nostrani. Mescolano le loro acque in questa piana ma, al tempo stesso fanno da linea di confine tra due lingue e culture, quella austro-germanica e quella italica.

Teroldego Rotaliano: un po’ di storia

Il Teroldego Rotaliano prende il nome la vitigno omonimo. Entrambi sono fortemente radicati al territorio, specie quello poco a nord di Trento che viene chiamato Piana Rotaliana o Campo Rotaliano perchè prende il nome dal re longobardo Rotari, che qui, verso l’anno 600, combattè energiche battaglie.  L’uva ai tempi era chiamata “terodol“, come descritto in storici manoscritti veronesi, ma c’è anche chi intravede nel termine Teroldego, le parole “gold” e “tiroler“, vale a dire “l’oro del Tirolo”.
I paesi di Mezzocorona e Mezzolombardo si chiamano così proprio per le suddivisioni territoriali avvenute nel 1271. Il primo comune, chiamato dalla gente anche “Meza-tedesca“, rimase tirolese, aperto dunque ai commerci verso il nord. Il secondo, più elegante e raffinato, chiamato allora “Mezo S.Pietro“, rimase in mano ai vescovi, i quali indirizzarono i loro commerci verso la Longobardia, e da qui il nome Mezzolombardo. Va detto che la rivalità in campo vinicolo tra i due comuni confinanti non si è affatto acquietata.

Caratteristiche del Teroldego Rotaliano

Un rosso buono in tutti i sensi, questo è quello che si dice del Teroldego Rotaliano, un vino che vanta un’elevatissima qualità, quasi da record assoluto. Da sottolineare la quantità di sostanze che fanno bene alla salute, specie gli antociani, in esso contenute. Un vino che giova, oltre che allo spirito, anche al fisico, sempre legandolo ad un consumo moderato. Da qualche anno il Teroldego Rotaliano viaggia sulla cresta dell’onda, sospinto dai mille apprezzamenti degli esperti di tutto il mondo e da una oggettiva qualità.
Il Teroldego Rotaliano si può coltivare ovunque, ma il vino che può fregiarsi della doc è solo quello prodotto nel Campo Rotaliano, poco più di 500 ettari suddivisi tra i vignaioli deicomuni di MezzocoronaMezzolombardoGrumo san Michele all’Adige. Non tanti ettari, dunque, ma suddivisi minuziosamente in piccole proprietà. Si può concludere contando i creatori del Teroldego Rotaliano in poco più di una trentina.

Il Terroldego Rotaliano nel bicchiere e l’abbinamento

Il colore di questo vino d’eccellenza è di un bel rosso non troppo marcato quando è giovane, più intenso, quasi scuro, quando passa qualche anno in cantina, dove può tranquillamente riposare fino a dieci anni. I profumi sono molto fruttati, freschi ed evidenti, di more, mirtilli e lamponi appena raccolti. Con il tempo i profumi si amalgamano ma il vino non perde il suo carattere che rimane deciso, solido, armonioso; un vino equilibrato.  Un vino capace di accompagnare  molti piatti, come arrosti e carni in genere, formaggi di media stagionatura e per finire, perché no, anche con piatti di pesce.

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