Vita da Expo: come capirne l’essenza a colpi di bacchette

Pubblicato il 11 Jun 2015 - 2:56pm da Giallozafferano

Qualche giorno fa in rete  abbiamo visto un video,  che ritraeva due delegati della Tanzania intenti a gustare alcune delle specialità italiane servite nei ristoranti regionali di Eataly ad Expo. Osservare la loro reazione mentre assaggiavano una forchettata di carbonara o quando addentavano un fiore di zucca fritto ci ha strappato un sorriso, ma ci ha fatto anche rivivere la nostra avventura ad Expo di qualche settimana fa. Vi chiederete cosa abbiamo in comune con i due curiosi delegati tanzaniani, che hanno assaggiato il cibo italiano per la prima volta. Ve lo racconteremo in questo post, voi, però, allacciate le cinture perché, sì, la storia si svolge ad Expo, ma volerete con noi un po’ più lontano…

Piccola premessa: dal 15 al 17 maggio abbiamo fatto una full immersion di Expo, partecipando ad un blog tour organizzato da SocialIta. Dopo una prima panoramica dell’esposizione – tradotto:  dopo aver girato in lungo e in largo il decumano lungo quasi 1 km e i vari cardi che lo attraversano incuranti della pioggia o del sole a picco – abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a visite guidate di alcuni tra i padiglioni più belli. Siamo partiti dall’Azerbaijan e poi a seguire siamo stati in Germania, Stati Uniti, Corea del Sud e Brasile. Siamo rimasti a bocca aperta di fronte ai salti mortali e alle acrobazie del Cirque du Soleil, che ha dedicato ad Expo “Alla vita!”, uno spettacolo spettacolare – scusate la ridondanza – allestito in meno di un mese e che ha raccolto tutta l’essenza di questo evento universale. L’ultima tappa, cioè il padiglione del Giappone e, in particolare, l’esperienza gastronomica che abbiamo vissuto, meritano un capitolo a parte. Questo.


Aprite pure quella porta

Ken, il solerte direttore del padiglione, che parla solo giapponese (viva la gestualità italiana), ci accoglie all’entrata e ci scorta al primo piano di fronte ad una porta un po’ isolata e preceduta da una tendina raffigurante ideogrammi. Sappiamo che pranzeremo al di là di quella porta, tutto il resto rimane celato (o bloccato, dipende dai punti di vista) dietro al sorriso cortese di Ken e delle hostess che lo accompagnano.

Curiosità? A palate. Aspettative? Lo ammettiamo, elevate. Soprattutto perché stiamo per pranzare nel ristorante che ha erogato il famoso scontrino di 115 euro, la miccia che ha innescato le polemiche sui prezzi stellari di Expo. Noi ci sentiamo di spezzare una lancia a favore dell’organizzazione nipponica, perché in alternativa a Minokichi – il ristorante di cui è possibile consultare menù e prezzi prima di varcare la soglia: cliente avvisato, mezzo salvato – c’è anche un’area di ristorazione che raccoglie diversi stand gastronomici, ognuno dei quali offre una specialità culinaria tipica a prezzi decisamente alla portata di tutti (dai 12€ – 40€). A buon intenditor, poche parole…

porta giappo

La famosa porta con la tendina…

 

Prossima fermata: Giappone

Non esageriamo, davvero. Una volta aver superato quella tendina, è come se ci fossimo teletrasportati in Giappone. Innanzitutto ci ritroviamo circondati da pareti in legno chiaro e porte scorrevoli nel silenzio più totale: un contrasto notevole con il mondo esterno che abbiamo momentaneamente abbandonato. Ad accoglierci, poi,  c’è un ragazzo vestito con kimono e pantaloni tipici – per fortuna mastica qualche parola di italiano – e con una cortesia quasi dimenticata ci fa accomodare in un salottino per introdurci allo chef executive, servendoci prima del tè verde con ghiaccio. Che dire, possiamo dirci felicemente spaesati in questa oasi esotica, di cui saremo ostaggi fino all’ultimo boccone o sorsata di tè verde. Un tè verde della massima qualità, paragonabile ad una carezza fresca alla gola.

Buono come la cotoletta…

Giuriamo, lo ha detto Youji Satake, lo chef executive di undicesima generazione del ristorante Minokichi, fondato a Kyoto nel lontano 1716. Scommettiamo che siete sopresi il doppio, vero? Proprio come noi! Primo perché non pensavamo di avere di fronte a noi un “restaurant man” che dirige ben 70 ristoranti sparsi in tutto il Giappone. Secondo perché ci ha spiegato che aprire un ristorante giapponese in Italia è difficile. Sarà per la burocrazia, abbiamo pensato noi. Invece no, è perché è difficile competere con la qualità del cibo italiano, come ad esempio la cotoletta. Inutile dire che l’orgoglio nostrano ci ha portato ad annuire comprensivi, ma d’altra parte siamo rimasti onorati e un tantino impressionati da questa autentica dimostrazione di umiltà nipponica. Mica male, eh?

Lo Chef al lavoro...

Lo Chef al lavoro…

Oasi Giapponese, prezzi italiani

Dopo i convenevoli – se non lo sapete,  i giapponesi li adorano – iniziamo a chiacchierare con lo chef  che, paziente, soddisfa tutte le nostre curiosità. Quella principale è: perché Expo? “Per diffondere la vera cultura gastronomica giapponese”. Non fa una piega, però un po’ ce lo aspettavamo. Peccato che non sapevamo ancora che vettovaglie, pareti, pavimenti, personale, divise e materie prime vengono direttamente dal Sol Levante. Non sapevamo ancora che il legno dei muri, delle porte e dei vassoi su cui abbiamo mangiato è il pregiato legno di Wajima, di laccatura giapponese e per cui sono necessarie ben 23 persone per renderlo perfetto. Non sapevamo ancora che i cuochi lavorano anche fino a 15 ore al giorno, “ma senza questo sforzo, tutto ciò non sarebbe possibile”, afferma lo Chef. Non sapevamo neanche che i famosi 115€, in realtà, sono un prezzo calmierato proprio in occasione di Expo rispetto al costo originario di un menù completo servito nella sua terra d’origine. Insomma, come avrete capito, la conversazione è stato quell’ assaggio, che ci ha fatto comprendere meglio la risposta iniziale, che ci era parsa un po’ scontata. Il meglio, però, è arrivato alla prima portata.

 

Non solo sushi

Ci stiamo per accomodare davanti alla sua postazione di lavoro, quando lo chef inizia ad insistere su questo concetto fondamentale: “la cucina giapponese non è solo sushi”. Ci fa persino guardare un video sul suo smartphone per perorare la sua causa. Gli crediamo anche se, a pensarci bene, siamo circondati da ristoranti di sushi, sbucati fuori come le lumache dopo un bel temporale, e dobbiamo ammettere che, ormai, è proprio questa crescita esponenziale che ci ha portati ad identificare l’intera cucina giapponese con questa pietanza.  Youji lo chef, non aggiunge molto altro, ma capiamo il motivo di questo silenzio strategico quando poggia sul nostro vassoio il zensai (l’antipasto), lo wanmono (zuppa di dashi con verdure e pagro fritto), lo yakimono (la ricciola fritta condita con salsa yuanji), la tagliata di wagyu (carne bovina molto pregiata per l’equilibrio del grasso e perché nella sua dieta sono previsti anche birra e sakè), sashimi e sushi e il kakigoori (simile alla grattachecca romana). Lezione imparata, ora non possiamo che essere d’accordo con lo Chef, la cucina giapponese non è decisamente solo sushi. Ora tocca alla nostra prima volta, quella che ci ha fatto sentire un po’ come i tanzaniani di fronte alla carbonara…

La prima cerimonia del tè non si scorda mai

Proprio così, abbiamo avuto l’estremo onore di essere iniziati al primo step che un aspirante cuoco di cucina giapponese deve padroneggiare: la cerimonia del tè. Abbiamo scoperto che ci sono tre scuole e che noi abbiamo appreso (o almeno così si spera) la cerimonia della Urasenke. Perciò con frullino alla mano e Chawan – cioè la tazza contenente il tè in polvere e l’acqua calda – abbiamo cercato di imitare i movimenti del cameriere, sotto l’attento e silenzioso sguardo dello Chef. L’ansia da prestazione era mille, che ve lo scriviamo a fare. Però ci abbiamo provato e possiamo dire che si è trattato di un’esperienza mistica, un’iniziazione inaspettata che, aggiunta alla scoperta degli altri piatti della tradizione culinaria giapponese, ha coronato la nostra esperienza, rendendola completa. Vi chiederete se ci siamo riusciti a “montare” il tè verde con il frullino…noi rispondiamo in coro “quasi”, l’immagine parlerà al posto nostro.

L'ultimo a sinistra è la versione corretta. Ci abbiamo provato ;)

L’ultimo a sinistra è la versione corretta. Ci abbiamo provato ;)

Gochisosama

È la formula di ringraziamento che si pronuncia dopo il pasto e noi ne approfittiamo per aggiungere altri particolari a random che ci hanno lasciati di stucco:

  • Durante il pranzo lo Chef lo ha ammesso e noi siamo rimasti increduli: anche i giapponesi, come gli italiani, preferiscono mangiare il sushi al ristorante. Quindi dopo aver scoperto la ricchezza della cucina giapponese, abbiamo dovuto cancellare l’immaginario che vede le massaie giapponesi intente ad arrotolare il riso nell’alga Nori. Pazzesco, vero?
  • Mangiare con le bacchette è sempre un po’ un’impresa, figuriamoci poi quando non ci sono posate nascoste in qualche cassetto da consegnare a poveri malcapitati imbranati. A nostra discolpa lanciamo una sfida: provate voi ad eliminare la pelle dal bocconcino di ricciola, spezzarlo e poi gustarlo 😛
  • Il tema dell’esposizione del Padiglione del Giappone è “Diversità armoniosa”. Ovviamente il tema ha l’obiettivo di proporre soluzioni per risolvere le questioni legate alla nutrizione del mondo e ad una sostenibilità alimentare. Tuttavia abbiamo riscontrato questa diversità armoniosa anche nel dolce che ha concluso il nostro lauto pasto: cosa c’è di più diverso tra una polpettina di fagioli dolci e crema di castagne rispetto alle note amare del tè verde? Eppure la dolcezza della polpettina e l’amarezza del tè verde che si danno appuntamento sul palato, creano un’armonia che rende meglio di qualsiasi esposizione il concetto di equilibrio delle diversità.
Tè verde e il famoso kokuto

Tè verde e il famoso kokuto

Arigato

Grazie. Non possiamo non sentirci riconoscenti verso coloro che ci hanno fatto vivere questa magnifica esperienza. Perciò ci spertichiamo in inchini della giusta angolatura (45° per non apparire irrispettosi), scattiamo le foto di rito con lo Chef e il personale e poi riceviamo anche in dono lo stupendo tovagliolo, che raffigura il ristorante Minokichi nell’anno della sua apertura a Kyoto ben 300 anni fa.

Penserete che si sia trattato solo di un pasto ricco, in realtà, come avrete capito dal nostro racconto appassionato, questo incontro/ degustazione è stato molto di più. È stato un’avventura che ci ha permesso di superare i confini di Italia e Giappone, di liberarci di una sorta di “sindrome della pasta asciutta”, di oltrepassare i luoghi comuni e di entrare in contatto con una cultura che riserva molti più segreti di quanto lasci trasparire. E proprio grazie ad un semplice pasto, abbiamo compreso l’essenza di Expo. Arigato e Sayonara!

 

Eccoci assieme allo staff del ristorante Minokichi del Padiglione Giappone a Expo

Eccoci assieme allo staff del ristorante Minokichi del Padiglione Giappone a Expo

Giallozafferano
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