Petrini: i contadini salveranno il mondo

Petrini: i contadini salveranno il mondo

Petrini: i contadini salveranno il mondo
Petrini: i contadini salveranno il mondo

Il domani è nella piccola produzione di qualità, il padre di Slow Food: troppo potere in mano a pochi colossi.

Da oggi a Montecatini se ne parla al congresso nazionale, contadini salveranno il mondo.
Con la bellezza della terra, con la genuinità delle coltivazioni, con la forza di un lavoro sempre più importante.
A valorizzarlo ci pensa Carlo Petrini, con la sua creatura, Slow Food, da oggi al Teatro Verdi di Montecatini per il IX congresso nazionale.
L’associazione, spiega il fondatore, sta vivendo una nuova stagione, fatta di inclusione e rilancio delle comunità locali, agricoltori in primis, in grado però di guardare al mondo.

Meno legata alle tessere e più concentrata su gruppi internazionali impegnati nel rispetto di cibo, salute e ambiente.
E la Toscana ricca di biodiversità, dice Petrini, è il luogo ideale per la rinascita: «Il primo presidio che ho organizzato io, nel 1998, fu il lardo di colonnata: era minacciato da leggi Ue che non permettevano la conservazione nelle vasche di marmo.
Una bella battaglia, vinota» In che direzione sta andando Slow Food? «In questi 32 anni abbiamo lavorato per avere una visione internazionale, e oggi siamo in 160 Paesi.
Nell’ultimo congresso in Cina si è parlato di un cambio di paradigma: dal metodo associativo di tipo occidentale (basato su convivi, tessere e comitati) a quello che punta sul concetto di comunità.
La vecchia impostazione infatti non è applicabile in tutto il mondo: noi oggi abbiamo seguaci in Amazzonia, in Africa e in altri Paesi dove il vestito europeo della tessera non funziona.
Non a caso dal 2004 puntiamo sul progetto “Terra madre”, improntato a proteggere i piccoli produttori.
Penso ai gruppi di contadini, ai cittadini che si mettono assieme per fare acquisti responsabili, ai 500 orti scolastici gestiti dai bimbi con nonni e maestri.
Noi abbiamo 30mila tessere, ma che la nostra rete mondiale conta più di un milione».
Che cosa si intende per “glocalismo” in Slow Food? «Siamo convinti che sia necessario avere una dimensione fortemente radicata sul territorio: attraverso un nuovo paradigma locale, si può trasformare l’economia, che al livello mondiale sta facendo solo danni privilegiando i consumatori rispetto ai cittadini intesi come coproduttori; preferendo la quantità sulla qualità e puntando a “finanziarizzare” tutto; facendo passare le decisioni sulla testa della gente.
L’economia locale invece è preziosa, soprattutto se non è chiusa nel suo mondo egoista, ma vive in una dimensione di solidarietà internazionale e di comprensione di certe sofferenze come i cambiamenti climatici in Africa e la mafia che minaccia i contadini nel Centro America.
Essere “glocali” vuol dire anche partecipare alle grandi decisioni che non devono arrivare da multinazionali inaccessibili, ma essere condivise: partecipo e quindi incido».
In che modo l’economia sta facendo grossi danni? «Sulla politica del cibo stiamo assistendo a una concentrazione del potere nelle mani di pochi: il colosso Bayer-Monsanto gestisce da solo sementi, medicine e lavoro transgenico.
Invece si deve dare ascolto alle centinaia di comunità che producono materie prime.
Ci sono 500 milioni di aziende a diffusione familiare o di piccola scala che garantiscono cibo al 75% dell’umanità (dati Fao)».
Spostamento di popoli e contaminazioni nei mercati e nel cibo: è un bene o ci sono rischi sulla qualità? «La gastronomia è sempre stata frutto di meticciato: in Europa non abbiamo mai avuto le spezie, ce le ha regalate l’Oriente; non avevamo il mais, ce l’hanno dato le Americhe.
E tanta roba nostra ha girato il mondo grazie ai marinai e ai commercianti italiani lungo le rotte mediterranee.
Non penseremo che lo stoccafisso sia nato nel mar Ligure? Questa è la forza del Made in Italy».
Mangiar sano è un lusso? «No: in Italia il 40% della produzione va nella pattumiera, se riducessimo lo spreco le cose andrebbero meglio.
Conosco pensionati che mangiano più sano di grandi signori».
Che cosa è cambiato oggi rispetto a 32 anni fa nel cibo? «Oggi il food va di moda, i giovani vogliono sapere che cosa mangiano e sono attenti alla tracciabilità.
Ma a volte si esagera.
Credo che il cibo vada preso per il verso giusto, guardando con più rispetto a biodiversità, ambiente e persone povere: il rischio è scadere nella pornografia alimentare».

Fonte Il Tirreno Lara Loreti

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