Un tocco di speziata integrazione: peperoncino, cacao e zafferano

Integrazione!?!?!? …… E se proprio d’integrazione dobbiamo parlare ogni giorno, non c’é certo bisogno del ministro kyenge per darci lezioni!!!! Entriamo nelle nostre cucine, sfogliamo quaderni, libri, ricettari, tracciamo uno storico percorso delle nostre ricette ed ecco che senza alcun ombra di dubbio ci riscopriamo un popolo che accoglie e fa suo tutto ciò che dal mondo arriva nuovo e sconosciuto e non da una manciata di anni ma nel corso di tutta la storia dell’umanità. Non abbiamo mai disdegnato tutti quegli ingredienti arrivati da terre lontane, con caravelle, carrozze e dorsi di mulo hanno attraversato i secoli ed indenni hanno raggiunto i nostri confini, sono arrivati a noi, li abbiamo fatti nostri e con la nostra proverbiale inventiva li abbiamo, come oggi si usa dire in termine gastronomico, rivisitati, non piegandoli alle nostre esigenze ma integrandoli alle nostre ricette fino a renderli veri e propri baluardi della nostra cucina. Il peperoncino piccante, non ci parla forse della Calabria ancor prima del sud America!?!! Nello zafferano non é forse racchiusa parte della storia della cucina milanese oscurando per un attimo la sua origine araba!?! Ed il cinghiale in agrodolce, non ci porta con l’immaginario in quelle meravigliose colline toscane anziché proiettarci nelle terre dei Maya?!? (Non per niente il cacao arriva in Italia solo nel ‘600 grazie ad un commerciante di Firenze e nello stesso periodo viene diffusa nel resto dell’Europa. É se non ci fossero i Toscani!!!!!)
Proviamo per un attimo a ricostruire i percorsi di questi tre semplici ingredienti, proviamo a traghettarci nel passato,  nei tempi in cui le spezie e gli aromi venivano solo coltivati in terre lontane
e questo “lontano” già di per se li rendeva pregiati, preziosi ai nostri occhi di conquistatori, preziosi e pregiati a quelli degli  indigeni che ne avevano già scoperto le proprietà farmacologiche, stimolanti, e coloranti e li scambiavano per questo al posto del denaro. Il peperoncino e il cacao arrivano dalle lontane americhe hanno origini antichissime, e sono arrivati fino a noi grazie a Cristoforo Colombo.
Lo zafferano invece veniva coltivato in Asia, da li il nome za-afaran “giallo”, estendendosi poi fino alla Tunisia alla Spagna e il resto d’Europa. É facile allora comprendere quanto di larghe vedute siano sempre stati gli italiani, quanto si siano lasciati contaminare da culture esterne apprezzandone il valore, riuscendo ad introdurre i nuovi elementi non come parti assestanti della ricetta ma amalgamandoli totalmente ad essa plasmandola per renderla conforme al territorio. in un impeto giocoso mi viene naturale l’accostamento: il peperoncino piccante non poteva che andar d’accordo con il carattere focoso dei calabresi, il giallo intenso del risotto allo zafferano rischiarava le nebbiose giornate milanesi, (Storia del Risotto alla Milanese ) il cinghiale simbolo rurale per eccellenza con il tocco del cioccolato  non poteva che parlare delle mille sfaccettature dei toscani.
Abbiamo dunque aperto le braccia al mondo lo abbiamo accolto nella nostra storia e le sue tracce dove più dove meno si srotolano nelle nostre strade. Non ci siamo e non abbiamo posto confini fra la nostra e le altre culture, siamo un popolo ospitale che con la propria cucina strappa sempre un sorriso !!!!

Uno scontro tra titani: Ribollita contro Pappa al Pomodoro

E’ nelle radici più profonde della cucina Toscana il recupero del cibo. Per noi toscani la parola recupero in fatto di cibo ci va un po’ stretta,  noi non recuperiamo reinventiamo! Ogni nostro piatto nasce dalla nostra capacità di saper dar gusto a tutto ciò che la dispensa ci offre. Del vecchio e del nuovo facciamo sempre un gran capolavoro e le due grandi antagoniste: Ribollita e Pappa al Pomodoro non fanno eccezione. Nascono entrambi da rielaborazioni di semplici ricette rispondendo con efficacia alle necessità dei contadini di sfamarsi con ciò che producevano. Cosa c’è di meglio che svegliarsi ed affrontare i campi,  con una bella ribollita riscaldata sul fuoco durante i rigidi inverni!?! La ribollita é un piatto invernale, fiorentino dicono, ha bisogno del cavolo nero e il cavolo nero per essere buono deve aver preso come si dice noi:” una bella strizzata di freddo”. Ci sono i fagioli, i cannellini, che danno consistenza perché in parte vengono passati, il cavolo verzotto e per finire quel pane che dopo giorni di attesa si presta ancora ad essere consumato ma sopratutto ci vuole tempo, il tempo per “ribollire”, un bene prezioso che oggi purtroppo scarseggia.

D’altro canto i Senesi rivendicano la loro Pappa al pomodoro, pochi semplici ingredienti felicemente combinati danno origine ad un piatto, da leccarsi i baffi!!!! Pane Toscano raffermo ed é propriO questo che fa la differenza, il pane. viene ribollito in acqua o brodo, pomodori appena raccolti, aglio e quell’ olio di frantoio che ha appena perso il verde intenso per

diventare oro ma assolutamente niente parmigiano!!!  Però qui il freddo non serve ci “vole i caldo” per il basilico che da profumo ed inebria chi avvicina il cucchiaio alla bocca. Difficile dire quale sia migliore, difficile scegliere, sono due mondi diversi e paralleli eppure entrambi raccontano la storia delle nostre campagne. Storie di saggezza contadina che sapeva bene come sfruttare i propri ingredienti, una saggezza che sapeva non sprecare ma al tempo stesso tirava fuori dalla propria povertà una ricchezza immensa donando ai commensali la sensazione di esser sempre ad un banchetto del Re.

Zuppa di cipolle, carabaccia o cipollata!?! Tanto é la stessa zuppa!!!

In un tempo in cui tutti sono in crisi mi viene spontaneo rispolverare la dispensa per tirarne fuori ricette della tradizione. Si, perché la storia culinaria toscana ci ha “educato” al recupero di tutto quanto si trovi in dispensa!!! Sfoglio, vecchi ricettari!?? Bella l’idea…..aprire un bel volume antico tipoooo…. Che so…..Cristoforo di Messisbugo, “Libro novo nel qual si insegna a far d’ogni sorte di vivanda”, 1557,,Armando Forni editore; é vero che toscano non era ma è li che per la prima volta si parla di ciò che oggi vi voglio raccontare!  Per la zuppa di cipolle infatti, denominata dal Messisbugo, “carabazada” occorre tornare al rinascimento  alla corte di Caterina dei Medici che la esporta in Francia per deliziare il palato del suo amato consorte Enrico II d’Orleans! Ovviamente i francesi c’è la rubano subito diffondendola a tal punto da farla divenire piatto nazionale!!! Rispetto ad allora la ricetta ha subito a torto o a ragione, visto che i gusti nel tempo si sono modificati, cambiamenti più o meno significativi, infatti la maggioranza dei piatti aveva un fondo dolce e speziato con aggiunta di frutta secca (mandorle, noci) che oggi non troviamo più ma intatto resta tutto il “super potere” (in tempo di eroi fumettistici non é poco) delle cipolle!!! Si, le cipolle, (Allium cepa)
questo ortaggio così versatile dalle mille imprevedibili sfumature che se da una parte ci fa piangere dall’altra ci fa guadagnare in salute. Considerato il più antico fra tutti, originaria del continente asiatico (Iran o Afganistan) godeva di grande reputazione già presso gli Egizi. Rappresentata negli affreschi delle tombe dei faraoni era venerata come una divinità, da chiamare a testimonianza di giuramenti o mettere in mano ai defunti quale lasciapassare per l’aldilà. (Taccuini Storici) Le sue caratteristiche principali!?! Eccole quà: depurative, disintossicanti, ipoglicemizzanti, ipotensive e antibiotiche e chi più ne ha più ne metta e udite udite: “Secondo le credenze popolari la sua buccia era indicata nel prevedere il tempo” (buccia sottile inverno mite – buccia grossa stagione dura e fredda). Taccuini storici. Ed ecco in successione rapida  ed essenziale,come lo é la cucina Toscana,  la ricetta di questa superba zuppa che Leonardo Da Vinci adorava.
Attenendoci strettamente alle tradizioni ci occorre un bel tegame di coccio dove si può cuocere lentamente per ore senza grossi rischi!!! Uno sparti fiamma se no addio tegame e una montagna di cipolle affettate del buon olio d’oliva del brodo vegetale del pane da abbrustolire e del pecorino c’é chi opta per il parmigiano ma noi toscani abbiamo il pecorino buono e quello usiamo! Fate cialdellare (parola stupenda) la cipolla nell’olio aggiungete un po’ di zucchero per aiutarla a caramellizzare, coprire con un coperchio e lasciate  cuocere per una mezzoretta avendo l’accortezza di aggiungere via via qualche cucchiaio d’acqua. Passato il tempo salate, pepate, aggiungete brodo vegetale e cuocete per altra mezz’ora senza coperchio. A cottura ultimata versare in ciotole da forno dove avrete messo i crostini di pane e ricoprite con il formaggio passatela quindi velocemente nel forno caldo fin tanto che il formaggio non si sia completamente sciolto: et voilà, Bon appetit!!!

Quando si lavora con passione, amore e professionalità

10489816_10202112782836921_1204942345331079041_n, quando questi sentimenti sono forti e veri, diventano tangibili anche attraverso una foto, un racconto, un sorriso.
Oggi la comunicazione avviene principalmente tramite i social network, facebook, twitter, pinterest per questo quando si fa un lavoro come il mio, se non è vissuto ogni giorno con amore, risulta difficile trasmetterlo nel migliore dei modi; ecco che una foto deve saper colpire, deve parlare, deve esprimersi, deve comunicare anche dove altri sensi come gusto, olfatto, tatto non sono presenti. Un Immagine deve fare vivere e deve comunicare. Non importa quanto sia bella, l’importante che parli.

E’ stato proprio attraverso la foto di un mio piatto che ho conosciuto Andrea Monaci direttore di Urbanpost che ha chiesto di intervistarmi per un nuovo progetto del suo giornale

Qui ( http://urbanpost.it/quando-la-cucina-diventa-arte-intervist…) trovate l’emozionante intervista nella quale ho cercato di trasmettere il significato del mio lavoro, la mia passione per la cucina che mi ha portato e mi porterà ad avere sempre più grandi soddisfazioni perchè come ripeto sempre io per fare questo lavoro bisogna sempre avere fame, non solo di cibo, ma anche di curiosità e passione.

Pardulas a Cheese cake: una golosità da leccarsi i baffi!

Pardulas nel campidanese, formaggelle a sassari, casatinas (da casu che significa formaggio ) a Nuoro, con le varie sfumature linguistiche a seconda della zona e con piccole variazioni negli ingredienti stiamo parlando dei dolci sardi per eccellenza. Le antiche massaie preparavano questi dolci con ricotta di pecora freschissima o formaggio non salato e non pressato, aromi d’agrumi (scorza d’arancia e limone grattugiati) e zafferano in alcune ricette troviamo anche la presenza delle uvette. La ricetta che è arrivata fino a noi è strettamente legata alla tradizione, molto semplice e con la regola fondamentale dell’utilizzo del formaggio fresco in dialetto matula o di ricotta di pecora. Is Pardulas sono dolci legati alle festività, in particolare alla Pasqua. Noi ve le proponiamo in una versione davvero squisita e particolare, abbiamo sostituito la pasta violata con la base tipica che si utilizza per la preparazione dei cheese cake, una rivisitazione raffinata e gustosa che conquisterà i palati di grandi e piccini. Ingredienti per la base: 250 gr di biscotti tipo sablè, 20 gr di zucchero di canna,80 gr di burro fuso, scorza di limone grattugiata Ingredienti per il ripieno: 500 gr di ricotta freschissima di pecora, 3 uova, acqua di fiori d’arancio (o la scorza di due limoni e anrance non trattate), una bustina di zafferano, 125 gr di zucchero. Preparazione: tritate finemente al mixer i biscotti con lo zucchero di canna, trasferite il composto in una ciotola e amalgamatelo con il burro fuso e la scorza di limone grattugiata. Imburrate una teglia a cerniera, 24 cm di diametro, rivestitela con la carta da forno, poi con i biscotti formate una base, pressando leggermente sulla superficie e ai bordi. In un recipiente mescolate la ricotta con lo zucchero, le uova, lo zafferano, l’acqua di fiori d’arancio o le scorze degli agrumi grattugiate, mescolate accuratamente ottenendo una crema liscia e omogenea. Versare il composto sulla base di biscotti e cuocete in forno a 160 per circa 45 minuti. In ultimo spalmate la superficie di miele d’acacia o di fiori d’arancio e decorate a vostro piacere, quando il dolce sarà freddo, con fiori freschi commestibili o codette colorate.11148888_10206383754897782_842806745_n