mag 07
Tartara a cavallo

Secondo la tradizione, la “bistecca alla tartara” avrebbe questo nome proprio perché “inventata” dai popoli nomadi e guerrieri dell’Asia centrale, chiamati genericamente “Tartari” o “Tatari” in Occidente, i quali usavano mettere pezzi di carne delle bestie abbattute perché malate o ferite, tra la sella ed il dorso del cavallo: l’attrito di una giornata di galoppo ammorbidiva e macinava la carne rendendolo ancora più commestibile e gustosa.
Di questa pratica parla già lo storico Ammiano Marcellino attribuendola agli Unni.
Inutile dire che tra questa “ricetta” barbarica e la delicata preparazione entrata a far parte della grande cucina classica col nome di “steak tartare” la sola parentela è data dalla presenza di carne macinata.
Tuttavia, i puristi sostengono che la vera tartara dovrebbe essere proprio di carne di cavallo, probabilmente alle sue origini storiche.




Sarà stato Ammiano Marcellino ma sempre di una bufala si tratta.
Gli Unni non erano più stupidi del resto della popolazione umana e non erano così poveri da dover mangiare la carne di animali malati, tantomeno se intrisa di sudore di cavallo.
Come l’ho già spiegato in queste pagine (commento misteriosamente scomparso), la carne messa fra la sella e la pelle del cavallo serviva da “ammortizzatore” per permettere che le ferite causate dalla sella potessero guarire. La carne in questo modo “frollata” non veniva utilizzata ma buttata.
Con stima
Gyorgyi Tassy
ungherese:)
Stimato sig. Tassy, quali sono le fonti delle sue affermazioni?
Con affetto
Conte Vlad
Rumeno