
Attore, regista, poeta, comico, cuoco: ecco come definire un grande uomo come Aldo Fabrizi che ha lasciato un segno indelebile grazie alla sua creatività, simpatia e bravura.
Nato in un vicolo di Campo de Fiori a Roma, Fabrizi inizia ben presto a guadagnarsi da vivere dopo la morte improvvisa del padre scrivendo poesie e testi di canzoni che lo avvicinarono al mondo dello spettacolo e del teatro.
Ed è proprio in questo campo che Aldo ha dimostrato la sua straordinaria poliedricità di interprete che lo ha consacrato al successo.
Come non ricordare la parte di Don Pietro in “Roma, città aperta”, o il suo Mastro Titta nel “Rugantino” o ancora, il suo Aristofane.
Ma l’indimenticabile attore romano, morto a 85 anni il 2 aprile del 1990, oltre al cinema ed alla recitazione, aveva un’altra passione: la cucina!
Oltre ad una vasta raccolta di ricette ideate da Aldo Fabrizi in persona, il grande attore ci ha lasciato anche una serie di “poesie gastronomiche” che sottolineano tutto l’amore di Fabrizi per il cibo e la buona cucina.
Ecco per tutti voi amanti del buon vecchio cinema, della risata e della buona tavola, una selezione delle poesie più belle composte dal mitico Aldo, tutte rigorosamente in dialetto Romano!
Buona lettura!
Er primo pasto
Quanno mi madre me stacco’ dar petto
e me se presento’ cor semmolino,
buttai per aria tazza e cucchiarino
creando er primo caso de “riggetto”.
Ormai non me sentivo piu’ pupetto,
pe’ via ch’avevo messo gia’ un dentino,
provo’ a ridamme er latte… genuino,
ma protestai co’ un minimozzichetto.
Lei fece un urlo senza intenne er dramma,
ma come la potevo contesta’
si ancora nun dicevo manco mamma?
Mi padre disse: “Soffre de nervetti”.
E quieto quieto comincio’ a magna
‘n’insalatiera piena de spaghetti.
Li mejo colori
Me dovete scusà, si appena posso,
batto su un tasto e ce rifò cavallo,
aripetenno come un pappagallo
la cosa che m’ha fatto grande e grosso.
A ’sto tema sfruttato fino all’osso,
nun sò capace a daje l’intervallo,
perchè er colore de la Pasta è Giallo
e er pommidoro p’accondilla è Rosso.
Nun tifo pe’ la Roma o pe’ la Lazio,
perch’io la festa più che la partita,
me godo la portata e me ce sazio.
Insomma si lo stommico sta in coma
basteno, pe’ ridaje un po’ de vita,
li colori simbolichi de Roma.
Sacrilegio
Oggi se pranza in piedi in ogni sito;
er vecchio tavolino apparecchiato,
che pareva un artare consacrato
nun s’usa più: la prescia l’ha abolito.
‘Na vorta er pranzo somijava a un rito,
t’accommodavi pracido e beato,
aprivi la sarvietta de bucato…
un grazie a Cristo e poi… bon appetito!
Nò nun c’è tempo de mettesse a sede,
la gente ha perso la cristianit�
e magna senz’amore e senza fede.
E’ proprio un sacrilegio: invece io,
quanno me piazzo a sede pe’ magnà,
sento ch’esiste veramente Dio!
Er medico m’ha detto
« Commenda caro, è duopo che lo dica
ma l’italiano, escluso il proletario,
pappa tre volte più del necessario,
sottoponendo il cuore a ‘na fatica.
Di fame, creda, non si muore mica,
piuttosto accade tutto l’incontrario,
e chi vol diventare centenario
deve evità perfino la mollica.
Perciò m’ascolti, segua il mio dettame;
io quando siedo a tavola non m’empio
e m’alzo sempre avendo ancora fame! »
Embè quanno che ar medico ce credi,
bisogna daje retta: mò, presempio,
l’urtimo piatto me lo magno in piedi!









