Uccelli di rovo – Colleen McCullough

Avevo appena finito di leggere Vita, di Melania Mazzucco. E’ un periodo che divoro libri, leggo con grande velocità e ho bisogno sempre di avere carta con me. La pausa pranzo è destinata alla lettura, tra uno sbocconcellamento e l’altro. Passo quindi a casa e vedo sul tavolo un libro, “Uccelli di rovo”, e mia mamma mi dice che è un regalo che le ha fatto una sua amica, che stava per buttarlo perchè ne aveva due copie. Mi sono sentita chiamata da questo libro che sapeva di storia, in un’edizione strana, con le pagine gialle e l’odore di antico.

E così l’ho iniziato.

Colleen McCullough è una scrittrice australiana, diventata celebre proprio grazie a questo romanzo, di respiro così aulico che è difficile non essere trasportati fin dalle prime pagine. In realtà io la McCullough l’ho conosciuta per altri libri, prima di questo. Ha scritto 7 tomi sulla Roma tardo repubblicana. Sono stati i “miei” libri, quelli che mi hanno fatto appassionare all’antica Roma, che mi hanno fatto innamorare di Caio Mario e poi di Cesare. Quelli che mi hanno fatto apprezzare profondamente la storia di quel periodo e fatto sognare di vivere a Roma a quei tempi. Sono stati miei compagni per un anno circa (ogni tomo è come minimo 700/800 pagine). E li ho portati con me dovunque. In trasferta (sacrificando i kg concessi pur di portarli con me), in vacanza, in viaggi in macchina di 25 minuti (metti che ci sono 5 minuti di buco, io che faccio? Non leggo?).

Ma il focus di oggi è su Uccelli di rovo.

E’ una storia che attraversa tre generazioni, a partire dall’inizio del secolo in Nuova Zelanda per arrivare alla seconda metà del Novecento a Londra. Il filo conduttore è Meggie, la protagonista assoluta, intorno alla quale sono costruite man mano le vicende della sua numerosa famiglia, il suo amore per un uomo di Chiesa, la Guerra. Ci sono i suoi numerosi fratelli, tutti simili e con la zazzera rossa, con una personalità di quelle tutte d’un pezzo, gran lavoratori, di poche parole, tranne Frank, il fratello maggiore, corvino e riccio, con occhi così diversi da quelli della stirpe Cleary da sembrare appartenere a un altro mondo. C’è la mamma Fiona, algida, proveniente da una altolocata famiglia irlandese, che mai si lascia a esprimere opinioni, mai perde il controllo, nemmeno quando la vita le strapperà via, poco per volta, alcuni dei suoi figli, e il marito, quel Paddy che rimane ucciso in modo così tragico. C’è Drogheda, l’allevamento di pecore, il perno. E poi c’è Ralph. Padre Ralph de Bricassard. Tra lui e Meggie nasce un amore puro, un amore tra anime, che prescinde il fatto che Ralph abbia donato sè stesso a Dio. Un sentimento che nasce sottovoce e sottovoce cresce, fino a sfociare in amore, e generare Amore.
E poi ci sono Dane e Justine, i figli di Meggie, così diversi tra loro. Eppure così uniti. Fino alla fine.

Poi non vi dico altro, altrimenti vi svelo cosa succede alla fine. E non sarebbe onesto verso chi, incuriosito, volesse volare in Australia.

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