IL PESCE SOSTENIBILE

SCEGLIERE IL PESCE SOSTENIBILE
Da dove viene il pesce che compriamo? E’ delle dimensioni giuste? La specie a cui appartiene è a rischio?

Per spingere il consumatore ad acquisti responsabili è online il sito www.chepescipigliare.eu, voluto dalla Commissione Europea nell’ambito della campagna per un consumo sostenibile delle risorse del mare, Gli stock ittici sono infatti sovrasfruttati (l’82% di quelli mediterranei ed il 63% di quelli atlantici) e nello stesso tempo la pesca genera forti sprechi, con molti esemplari catturati che vengono rigettati in mare, perché sotto taglia o in eccesso o perché non hanno mercato. In attesa dell’entrata in vigore della Riforma della Politica Comunitaria della Pesca, approvata il 6 febbraio 2013, anche i consumatori possono fare qualcosa per la salvaguardia del futuro dei nostri mari, a partire da una scelta sostenibile.

Questo non significa mangiare meno pesce, ma informarsi sulla provenienza e scegliere le specie meno a rischio, variando spesso: si può chiedere direttamente al rivenditore o consultare le guide che i vari Paesi EU hanno stilato sull’argomento (greenpeace.it, http://slowfish.slowfood.it/). Sul sito www.chepescipigliare.eu, la sezione “cosa puoi fare” indirizza il consumatore verso le scelte consapevoli, mentre lo spazio “lo sapevi che” dà informazioni sulla politica comune della pesca, i rigetti, l’acquacoltura.

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PICCOLA GUIDA ALL’ACQUISTO DEL PESCE D’ALLEVAMENTO
Risparmio, sicurezza, freschezza: branzini, molluschi e trote di acquacoltura hanno importanti virtù ed un sapore sempre più vicino a quello del pesce selvatico.

Mangiare pesce per almeno 2-3 volte a settimana è il consiglio dei nutrizionisti, ben recepito dagli italiani, considerando la media dei 25 kg annuali di pesce consumato. Peccato che l’acquisto si rivolga sempre alle solite qualità, tant’è che il 56% della domanda è coperto da sole 10 specie.
La classifica degli acquisti vede in testa mitili, orate, alici, spigole e vongole: ad eccezione delle alici, gli altri provengono in genere da allevamenti. L’Unione Europea ha deciso di ripopolare gli stock ittici entro il 2015: diminuiranno così le catture in mare aperto e verrà rilanciata l’acquacoltura mediterranea.

C’è da dire che a fronte dell’abitudine acquisita di consumare più pesce, il pescato del Mediterraneo non riesce a soddisfare più la domanda. Si è fatto calcolo che dei 5 milioni di tonnellate consumati in Europa, 2/3 arrivano da paesi extraeuropei: in Italia, le importazioni sono aumentate di oltre il 70%; ciò significa che su 4 pesci che portiamo a tavola, ben 3 arrivano dall’estero, in particolare salmoni da Svezia e Danimarca, spigole e orate dalla Grecia: tutte specie allevate dai prezzi decisamente competitivi.

 Veta La Palma - Spagna

Differenziamo ora le tipologie di acquacoltura e di allevamento.
Si parla di acquacoltura di acqua dolce (trota iridea,storione, anguilla) e di acquacoltura marina (spigole, orate, mitili); si parla poi di allevamento estensivo (su grandi superfici, in ambienti naturali generalmente lagunari) o intensivo (in vasche a terra o in gabbie a mare). In caso di allevamento estensivo, l’uomo si limita a controllare il flusso delle acque ed i predatori. Nell’allevamento intensivo invece, i pesci vengono nutriti con mangimi a base di farine vegetali e farine e oli di pesce, eventualmente integrate con minerali, vitamine ed eventualmente medicinali. Gli impianti sono per la maggior parte sulla terraferma, trattandosi di vasche di cemento alimentate da pompe che garantiscono il ricambio e l’ossigenazione delle acque.
Da una quindicina di anni si sono diffusi anche impianti in mare con gabbie e recinti posizionati in aree protette come golfi e laghi costieri o in mare aperto. In questo caso, la scelta del sito (clima, correnti, maree) e la qualita delle acque sono determinanti per le caratteristiche del prodotto.

Sebbene noi italiani si sia ancora diffidenti verso il pesce allevato, va sottolineato che nell’ultimo decennio l’acquacoltura italiana ha avuto un discreto boom grazie a nuovi sistemi d’allevamento in mare, che permettono ai pesci di nuotare in spazi più ampi, sviluppando maggiore tono muscolare e diminuendo così la quantità di grassi presenti nella loro carne, che diventa più compatta e magra, simile a quella del pesce allo stato brado. Chiaramente la freschezza è sempre uno dei primi requisiti per gustare il pesce e nel caso di allevamenti è più che garantita, poiché nel giro di 24-36 ore il pesce arriva diretto sui banchi della grande distribuzione. Infine, il pesce allevato garantisce più sicurezza, in quanto sottoposto a rigorosi controlli sanitari e munito di etichetta di rintracciabilità, prima di essere venduto.

Etichetta e cartellino obbligatori

Come riconoscere la qualità del pesce proveniente dall’acquacoltura?
In Europa, tra i pesci allevati ci sono 4 Dop (come la tinca gobba dorata del Pianalto di Poirino) e 8 Igp (come le ostriche Marennes Oléron) e si stanno diffondendo marchi di qualità superiore, come il Label Rouge in Francia e marchi di impresa e collettivi, come la Norge per il salmone norvegese allevato.
In Italia, l’API (Associazione Piscicoltori Italiani) ha realizzato un programma di certificazione dei prodotti per portarli a valori equivalenti al pesce selvatico. A queste realtà si aggiungono le aziende autoregolamentate da disciplinari di produzione. Ad esempio Legambiente Liguria, che ha sottoscritto un Disciplinare per l’acquacoltura sostenibile insieme ad Aqua, società che alleva orate e branzini in mare aperto. L’accordo stabilisce la bassa densità dei pesci all’interno delle gabbie, esclude l’utiizzo di avannotti e mangimi Ogm e garantisce il monitoraggio delle acque.

Ma l’acquacoltura è veramente sostenibile?
Certo, se non segue criteri di qualità, si pongono limiti legati principalmente ai danni che può arrecare agli ecosistemi, con conseguenze sulle specie selvatiche. Ecco perché è meglio preferire la pratica estensiva per ridurre l’impatto ed occorre gestire perfettamente i reflui degli allevamenti intensivi, carichi di scarti di mangime e di residui degli antibiotici utilizzati. Sicuramente, tra le specie di allevamento, i molluschi sono i più sostenibili, perchè non hanno necessità di essere nutriti dall’uomo.
Per il resto, meglio acquistare le specie meno conosciute e a ciclo vitale breve catturate nel Mediterraneo, come le aguglie o il pesce serra, che sono buone, economiche e salvaguardano il nostro mare.

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