Bucatino all’amatriciana a modo mio.

 

Questa è solo una rivisitazione della mitica amatriciana. Non voglio rubare il primato ai romani per la ricetta. Da brava e giudiziosa donna della terra di Trinacria mi permetto di metter il becco solo sulle ricette della mia amata isola del sole. Del resto, l’amatriciana – quella vera – la troverete solo nelle trattorie romane veraci…è pazzesco ma solo a Roma sanno regalare al piatto quel gusto in più che non fa mai male alle nostre peccaminose pance.

La ricetta è fatta seguendo il mio gusto personale…e devo dire che è venuta buona. Beh, bando alle parole eccessive, eccovi la ricetta:

Ingredienti (per 2 persone).

  • 180 gr di spaghetti o bucatini;
  • 100 gr di guanciale;
  • mezzo scalogno;
  • 300 gr di pomodoro san Marzano;
  • pecorino romano;
  • pepe nero q.b.;
  • mezzo bicchiere di vino bianco;
  • mezzo cucchiaino di zucchero (solo per addolcire il sugo);
  • sale;
  • olio extravergine di oliva.

Preparazione.

Mettete in una padella antiaderente 3 cucchiai di olio extravergine di oliva, il guanciale tagliato a cubetti e mezzo scalogno precedentemente tritato. Fate rosolare a fuoco vivo, dopodiché sfumate con del vino bianco. Non fate cuocere molto. Basterà rosolare il tutto per bene.

A questo punto togliete i cubetti di guanciale e metteteli da parte, al fine di scongiurare che diventino secchi. Aggiungere nella stessa padella i pomodori (precedentemente sbollentati in acqua per privarli più facilmente della pelle, ripuliti dai semi e tagliati a striscioline) e portare a cottura.

Dopo circa 5 minuti, aggiustate di sale e zucchero ed unite i cubetti di guanciale precedentemente tolti. Mescolate per bene fino ad ottenere una salsa di consistenza densa.

Lessare la pasta in acqua salata. Quando la pasta sarà molto al dente, scolatela accuratamente e mettetela nella padella con il sugo. Mantecate per un minuto ed unite il pecorino, pepe nero, mescolate e servire.

 

Info su cinquantasfumaturedicibo

Sono un giovane avvocato con la passione per la cucina. Adoro il mio lavoro, soprattutto quando permette di strappare un sorriso di fiducia per l'attività svolta. Combatto per la giustizia, l'equità e la parità. Anche se l'esperienza forense mi ha insegnato, amaramente, che la Giustizia non sempre è fidata compagna della classe più debole. Le speranze per un mondo migliore, abbracciate nel corso della pratica forense, sono state miserabilmente distrutte dalla realtà che tutti i giorni contraddistingue l'attività di un legale abilitato. Il Diritto fa trapelare la parte più aggressiva e combattiva del mio carattere. Se assumo in mandato un caso, diventa come una seconda pelle. Devo portarlo a compimento nel modo migliore per me ed il cliente. Il senso di responsabilità mi logora. La cucina, invero, fa trapelare la parte più dolce e fantasiosa della mia persona. Tra le mura di casa ritorno ad essere me stessa, mi rilasso, ripongo nel cassetto la maschera di donna aggressiva e combattiva. Io cucino per rendere un dono prezioso ai miei cari ed agli amici. Questo il mio motto:" Invitare qualcuno a pranzo vuol dire incaricarsi della felicità di questa persona durante le ore che egli passa sotto il vostro tetto". Anthelme Brillat-Savarin, Fisiologia del gusto, 1825
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