La domenica mattina, seduta sui sedili di pelle della Renault 4 bianca, aspettavo sorridente la sosta obbligatoria nella panetteria che stava vicino alla chiesa di sant’Antonio tra le colline non troppo distanti dalla vigna di papà. Era una sorta di rito esclusivamente legato ai giorni festivi quello di partire e salire in collina fra lo zig zag dei tornanti per andare a comprare la “grissia” e i grissini più buoni che io abbia mai assaggiato mentre la mamma rimaneva a casa a preparare il pranzo. Quella panetteria oggi purtroppo non c’è più ma per fortuna resta il buon sapore dei miei ricordi di bambina che continua ad accompagnarmi intenso e genuino nonostante lo scorrere del tempo.

Giornata Grissini integrali

Ecco i primi deliziosi pensieri che sono affiorati nella mia mente quando ho scoperto che il 22 aprile si sarebbe celebrata la Giornata Nazionale dei Grissini e con un palpito del cuore ho subito capito che avrei dovuto mettere le mani in pasta per ridare profumo ai miei ricordi sfornando una teglia calda di grissini fatti in casa.

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La storia del grissino è strettamente legata alla tradizione culinaria piemontese non per niente è uno dei prodotti più celebri della gastronomia torinese e dei più noti della cucina italiana all’estero.

L’origine sembra avere leggendari intenti “taumaturgici” legati alla figura di Vittorio Amedeo II. Si racconta che alla sua nascita, nel 1666, il futuro re fosse un bambino gracilino e particolarmente debole che, nonostante il passare del tempo, non accennava a dare alcun segno di miglioramento tanto da spingere la duchessa reggente, sua madre, a rivolegrsi al medico di Corte, il lanzese Teobaldo Pecchio, che costernato riferirì le ragali ansietà al panettiere ducale, un tal Antonio Brunero.
A seguito di lunghe valutazioni, la cura stabilita per il giovane duca di Savoia (Vittorio Amedeo aveva solo nove anni quando il padre morì) fu una dieta a base di pane friabile e ben digeribile: il celeberrimo grissino.
Virtù taumaturgica decisamente assodata dal momento che Vittorio Amedeo II divenne uno dei re più astuti e intelligenti della storia di casa Savoia, doti che gli valsero l’appellattivo di Volpe Savoiarda.

I grissini integrali

Il successo dei grissini fu a dir poco travolgente e moltissime Corti europee vollero provare les petits baton de Turin.

Per fare i grissini accorrevano ben quattro provetti operai detti rispettivamente, a seconda del compito, “stiror”, “tajor”, “coureur” e “gavor”.
L’impasto di “puro fioretto di farina, ben purgato del reprimo” (e per il volgo “due terzi di frumento e un terzo di segala, talvolta con l’aggiunta di una manciata di farina di mais”)    veniva dapprima lavorato in una forma larga circa otto centimetri che era tirata dallo stiror (colui che stira) e divisa poi in pezzi di circa tre centimetri dal tajor (colui che taglia).
Pezzetti che venivano nuovamente ripresi dallo stiror che li allungava in bastoncini di un metro e venti ciascuno, su per giù l’ampiezza delle braccia allargate.
Il coureur sistemava su una paletta strettissima e lunga fino a quattro metri due bastoncini di impasto e li metteva a cuocere nel forno di norma riscaldato con legna di pioppo.
Ultimata la cottura, il gavor (colui che toglie) estraeva i bastoni dal forno e li spezzava a metà.

Di queste autentiche delizie da forno ne esistono di due tipi: gli “stirà” dalla consistenza piuttosto friabile e i “rubatà” decisamente più corposi.

Grissini integrali dettaglio

Mettiamo le mani in pasta?
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